Pillole di storia

L’essere umano è figlio del suo tempo perché pensa come uomo del suo tempo ed opera come tale, ma è sempre contemporaneo poiché deve essere studiato oggi come uomo di ieri. Essere figli del proprio tempo non è dunque essere ingabbiati nella categoria ideologica della propria epoca, quasi come in una trappola quantistica dove lo spazio tempo diviene un principio immutabile, senza evoluzione. Essere figli del proprio tempo significa saper leggere le istanze della propria era, saperle interpretare nel presente per parlare all’uomo del futuro.
Accanto a questi concetti, quelli di contemporaneità ed appartenenza alla propria storia, vi è la figura dell’intellettuale che è colui il quale sa anticipare il futuro. Se vi è da un lato chi sa interpretare il presente, per parlare al domani, vi è anche colui che sa studiare il passato, per capire il presente e fare previsioni circa quello che accadrà domani. Nel piccolo della nostra città si potrebbe dire che Cesare Pinzi, ragioniere e bibliotecario degli Ardenti, cui venne rimproverato più volte di non aver conseguito studi classici, possa rappresentare l’esempio lampante dell’intellettuale.

Profilo storico di Ortucchio
Mi sono spesso domandato da dove venisse il carattere chiuso, riservato e poco aperto al mondo dei miei concittadini.
Un giorno comprai il libro MEMORIE STORICHE DI ORTUCCHIO, voluto dall’Associazione Pro-loco di Ortucchio, presieduta dal dott. D’Agostino Orante, che lessi con grande interesse e curiosità, tanto era il desiderio di conoscere la vita dei nostri antenati, il ‘dilicato sentimento dei nostri padri’, e capire come si era forgiato il carattere degli Ortucchiese.
La parte del libro che mi colpì particolarmente fu quella scritta dal Prof. Angelo Melchiorre, del quale avevo sentito parlare con rispetto da alcuni che lo conoscevano: un uomo intelligente, colto, mite, comprensivo e gentile; studioso delle culture locali, raccontate con cronache, credenze, leggende e tradizioni dei piccoli Centri marsicane.
Un’attività, la sua, portata avanti con scrupolo e meticolosità, con passione forte e tangibile che è stata percepita dai più.
L’autore del libro parlava all’uomo, invitando a non trascurare quelle che furono le origini delle realtà moderne.

E questo suo modo di raccontare mi riportò indietro nel tempo. Quando ero a scuola, il mio insegnante di italiano era solito usare l’espressione “figlio del suo tempo” per parlare degli autori che meglio sapevano interpretare le istanze storiche sociali della loro contemporaneità. In realtà, questa espressione, usata dal colto docente, era molto cara al pensiero di storici della letteratura italiana quali Francesco De Sanctis o Giulio Ferroni. Per quanto possa sembrare che riconoscere ad un artista (filosofo, scrittore o semplicemente uomo) l’appartenenza ad un proprio tempo specifico, sia in netta contrapposizione con l’attribuire una perentoria contemporaneità ad una sua opera, non è affatto così.
L’essere umano è figlio del suo tempo perché pensa come uomo del suo tempo ed opera come tale, ma è sempre contemporaneo perché deve essere studiato oggi come uomo di ieri. Essere figli del proprio tempo non è dunque essere ingabbiati nella categoria ideologica della propria epoca, quasi come in una trappola quantistica dove lo spazio tempo diviene un principio immutabile, senza evoluzione. Essere figli del proprio tempo significa saper leggere le istanze della propria era, saperle interpretare nel presente per parlare all’uomo del futuro. Cambiano le grammatiche, le metodologie, i linguaggi, ma non i messaggi. Questi restano sempre validi e sempre attuali finché hanno qualcosa da dire o comunicare. Se Michelangelo vivesse oggi dipingerebbe la Cappella Sistina in modo diverso, forse, ma chi vede oggi la sua opera prova la stessa emozione che provò Papa Giulio II nel 1500.
Accanto a questi concetti, quelli di contemporaneità ed appartenenza alla propria storia, vi è la figura dell’intellettuale che è colui il quale sa anticipare il futuro. Se vi è da un lato chi sa interpretate il presente, per parlare al domani, vi è anche colui che sa studiare il passato, per capire il presente e fare previsioni circa quello che accadrà domani. Se vi è da un lato chi sa interpretare il presente per parlare al domani, vi è anche chi sa studiare il passato per capire il presente e far anticipazioni circa quello che potrà accadere domani.

Per quanto mi è possibile dire, credo che il Prof. Angelo Melchiorre, cui venne concessa la Cittadinanza Onoraria, per le sue eleganti opere su Ortucchio, possa rappresentare l’esempio lampante dell’intellettuale.
Certo ve ne sono altri, forse più famosi, ma a noi interessa sapere di persone comuni e poco note.
Questo aspetto è importante, poiché il Prof. Angelo Melchiorre parla da uomo romantico, dunque figlio del suo tempo, manifestando preoccupazione per la causa regionale, forsanche nazionale. La contemporaneità dello scrittore risiede nel fatto che egli ha ben capito che nella realtà dell’Italia, soffermarsi sulla storia di Ortucchio e/o di altre realtà locali può apparire disdicevole per l’uomo semplice, ma la sua preoccupazione non è quella di non tradire il romanticismo di cui è permeata la propria quotidianità e di non sottrarsi alla seduzione del romantico amore per la Nazione, ma di coerenza.

 

“Non è vero che l’amore al Municipio uccida l’amore della Nazione: ammenochè non trabocchi, o non si corrompa in invidie, iracondia di parti, istolte albagie di campanile […] ed è alla schiera dei più zelanti cittadini, che assurse la plejade de’nostri eroi nazionali”.
Con queste parole Cesare Pinzi, ragioniere e bibliotecario viterbese, che il Prof. Melchiorre conosceva sicuramente, afferma, e reinterpreta, il concetto romantico di riscoperta del passato glorioso, il Medioevo, germoglio della realtà nazionale, poiché allora sorsero i Comuni che sono oggi parte costituente della Nazione.
Come intellettuale il Pinzi anticipa l’evoluzione dei tempi e lancia un monito alle generazioni future:
“Nella vita delle Nazioni, come in quella delle Città. V’hanno dei momenti in cui il bisogno di raccogliersi, e ritemprare negli ammaestramenti e nelle virilità del passato le forze affievolite dagli sconforti del presente. […] Non diffidiamo però di noi e dell’avvenire. Una città che, al pari della nostra, ha sì copiosi gli elementi della pubblica ricchezza, troverà sempre nelle sue tradizioni, nella tenacia dei suoi intenti […] i mezzi per assorgere a nuovi e non oscuri destini”.
Qui il guardare al passato è proprio quella tensione lirica tipica dello studio, dell’intellettuale. Ben diversa rispetto all’affermazione trecentesca di Bernardo di Chartres: “siamo nani sulle spalle dei giganti”. I giganti non sono i pilastri del classicismo e noi non ci ergiamo su di loro per guardare oltre, da una posizione più elevata, di vanità o di arroganza. Per l’uomo di cultura gli elementi e i motivi razionali, di coerenza e di aderenza alla vita prevalgono sui sentimenti e sulla fantasia. Egli non si sente superiore al passato, ma guarda al passato perché è causa del presente di un Paese.
La riscoperta e la conservazione della storia sono una speranza per il futuro.
Qui la contemporaneità del Prof. Angelo Melchiorre diviene qualcosa di più vicino all’intellettualità. L’autore sa leggere la costanza del cambiamento dei popoli. Riscoprire il ruolo delle Città e dei Comuni è la chiave per non perdere la propria identità che, se pur trasposta nell’idea di Nazione, di Unione Europea o di altra Entità superiore, non deve abbandonare la memoria delle sue origini. Il Prof. Melchiorre fu docente ed intellettuale previdente, comprese che la perdita di senso delle piccole realtà urbane è cosa imprudente e rischiosa per l’umanità: prima si dissipano le piccole concretezze delle persone comuni e poco note, poi le libertà delle Nazioni.
In conclusione, per tornare al tema iniziale e tracciare il Profilo storico di Ortucchio, possiamo riprendere le parole del Prof. Angelo Melchiorre, persona seria, credibile, accorta, attenta e delicata nei sentimenti e nei modi.
Egli scrive:

 

delle sue leggende, delle costumanze e delle abitudini dei suoi abitanti. S. Orante, ad esempio, è assai deverso da tutti gli altri santi protettori dei paesi circonvicini: sembra quasi il simbolo dell’isolamento di cui, da sempre, ha sofferto Ortucchio; e nella sua figura è presente l’angoscia dell’abbandono e della desolazione, della mancanza di soccorsi e dell’impossibilità di creare rapporti stabili, di convivenza e di solidarietà, con gli altri….
Insomma, un paese atipico, che ancor oggi, nonostante la scomparsa di qualsiasi traccia del suo passato (eccetto il castello), conserva intatta la propria originalità rispetto a tutti gli altri paesi del territorio marsicano: un paese bianco e silenzioso che, privo di un effettivo centro o corso, offre ancor oggi lo spettacolo inconsueto di qualche donna o di qualche anziano che siedono davanti la porta di casa; un centro abitato posto in posizione eccentrica rispetto alle principali arterie stradali del comprensorio fucense; un castello che svolge più la funzione di silenzioso e solenne guardiano del paese, che quella di monumento artistico di attrazione turistica; una carenza quasi assoluta di documentazione storica, cui fa riscontro però l’ansia, più evidente che altrove, di scoprire e recuperare la propria identità etnica e culturale; un laghetto, piccolo ma sempre sufficiente a ricordare il proprio passato di ‘isola’ del fucino; e, soprattutto, il patrono S. Orante, con la sua originalissima tazza da pellegrino e il fascino misterioso che emana dalla sua non documentata e documentabile storicità”.

QUESTO IL PENSIERO ESPRESSO DAL PROF ANGELO MELCHIORRE NELL’AGOSTO DEL 1984.
SIAMO NEL 2017, SONO PASSATI 33 ANNI, IN COSA È CAMBIATO, SI È EVOLUTO E SVILUPPATO ORTUCCHIO?
ATTENDIAMO UNA VOSTRA RISPOSTA!

 

 

 

“Paese mè, ‘n te pozze scurdà ……”.
Le semplici, toccanti parole della celeberrima canzone popolare abruzzese “Paese mè”, del Maestro Antonio Di Jiorio, sono l’espressione più genuina per descrivere il profondo ed indissolubile vincolo affettivo che lega ogni uomo, per tutta la sua esistenza, al paese natio.

Mario D’Agostino

 

Nota della Redazione:
Questi piccoli frammenti di storia locale sono dedicati a tutti gli ortucchiesi, con particolare riguardo a coloro che vivono lontano dal loro paese natio, e si propongono, per quanto possibile, di offrire loro i ricordi e le immagini dei luoghi in cui hanno visto la luce e mosso i primi passi, ma anche a quei figli che conoscono Ortucchio attraverso i racconti dei loro avi.

Agli ortucchiesi residenti diciamo che su di loro ricade maggiormente il compito più importante di ricordare, mantenere e tramandare il patrimonio storico, culturale e artistico, i valori morali e sociali, le tradizioni e i costumi popolari (elementi fondativi dell’identità di un popolo che contribuiscono alla qualità della loro vita individuale e collettiva) che i nostri padri hanno fortemente desiderato e faticosamente costruito negli anni per il bene dei loro figli, nonostante le avversità della vita.
Il patrimonio culturale, di cui il paesaggio e i luoghi dove sorgevano le prime comunità devono essere considerati parte integrante, è il processo di accumulazione e stratificazione che si misura sulla scala delle generazioni; un bene pubblico immenso, che tuttavia si stenta a riconoscere e custodire in quanto tale. Ogni opera, ogni azione, ogni gesto, ogni parola può essere criticata, esaltata e custodita nel segreto dei cuori, nondimeno deve essere chiaro il loro significato: legare il proprio essere alla madre terra, dando continuità alle speranze dei padri e rispettando il diritto dei cittadini di oggi e delle generazioni future. L’unità di un Popolo si realizza con l’onestà, la correttezza, la comprensione e la sincera collaborazione dei singoli, concretizzate con gesti, opere e partecipazione concreta, di effettiva disponibilità e spirito costruttivo.

Vuol dire partecipare alla Storia, dare un segno concreto del proprio legame alle persone, conservando e valorizzando quelle pietre, straordinaria eredità materiale della storia di Ortucchio e degli ortucchiesi; significa diventare ora, subito “pietre vive” di questa Comunità erede della fede di coloro che vissero in questi luoghi. Proprio in questa terra affascinante, densa di storie e di misteri, noi tutti dobbiamo cercare le tracce del nostro passato e conservarle per mantenere vivo il legame con il futuro. Perché se non lo raccontiamo lo perdiamo per sempre. Sin dalla nascita i bambini mirano ad esplorare il mondo. Sono ragionevoli, attivi e ricettivi in quanto (come dicono gli psicologi) le tre funzioni principali, ossia la ragione, il corpo e le emozioni, agiscono di concerto. È proprio l’armonia di questi tre elementi che garantisce uno sviluppo corretto basato sulla curiosità e sull’interesse, di contro l’uomo perde se stesso quando si separa intellettualmente dal proprio corpo, come una Comunità perde la conoscenza quando si separa dalla propria memoria. Oggigiorno la maggioranza degli uomini non “sente” la propria coscienza e le proprie emozioni, non le analizza e non ne è conscia. Questo ci trasforma in robot e ci carica di vari stereotipi e obblighi, per cui per ripristinare la coscienza di se stessi si deve cominciare proprio col recuperare la memoria del proprio passato.

La missione di una Comunità, ricordiamocelo, è tutelare il territorio e il patrimonio storico culturale del proprio Paese.
È fondamentale nella nostra visione di un patrimonio naturale non più solo da custodire nella sua bellezza, ma anche da valorizzare come motore di crescita economica sostenibile correlata alla strategia di adattamento ai cambiamenti climatici; è certo che queste cure, insieme, saranno in grado di comporre l’orizzonte eco-industriale dei prossimi anni ed oltre.
Noi vogliamo che i nostri figli sappiano tutto questo; dovranno sapere chi siamo, da dove veniamo e che cosa abbiamo fatto per loro, affinché vivano da persone normali, con le loro passioni, i loro affetti, i loro progetti, da cittadini sani nel corpo, nella mente e nella coscienza, capaci di essere se stessi, in grado di sorridere ed affrontare i problemi della vita da uomini e donne pensanti e non come passivi mutanti.
La storia è solo un racconto e la prospettiva del giudizio sui fatti dipende spesso dalla propensione emozionale a vedere le cose per come le sentiamo. Sappiamo però che la storia non è solo quello raccontato e nemmeno quello percepito con le budella.
La storia, anche nella migliore delle ipotesi, è un mosaico di piccoli particolari ed eventi disgiunti che solo all’analisi posteriore appaiono conseguenziali ..…. ”è comunque fondamentale, assolutamente fondamentale, capire e conoscere i fatti. Non credo al relativismo, credo alla verità e la differenza di punti di vista, nella sua infinita varietà, può essere, tra l’altro, tra due errori, tra un errore ed una verità e tra due verità”. (Luca Zolli)
Nella nostra vita abbiamo lo stimolo di rispondere adeguatamente alle occasioni più diverse che ci capitano e non possiamo dire che il filo conduttore sia la nostra volontà di ottenere i risultati che ci siamo prefissati ……. Succede quel che succede e poi noi esprimiamo il nostro parere: ho fatto questa cosa e mi piace, ho fatto quella cosa e non mi piace ……
In realtà nessuno fa nulla, c’è solo un’intersecazione e commistione di forze diverse che agiscono attraverso quei fatti con la nostra visione personale ed il nostro senso del giudizio.
La vita è tutta una meravigliosa sorpresa (dono) e voler stabilire il suo significato è semplice arroganza!
E voler ostacolare il suo viaggio terrestre è semplicemente pazzesco!

 

A tutti coloro che per qualsiasi motivo abbiano la voglia, il desiderio o l’interesse di aggiungere o perfezionare una memoria, di condividere una immagine, una foto, il ricordo di persone e/o fatti del passato, diamo il benvenuto e assicuriamo piena e sincera collaborazione.

Potete inviarci osservazioni e proposte ai seguenti punti di contatto:
Tel.: 3358143173; 3357292397
Mail: mario.dagostino.44@alice.it

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