Geografia dell’antico lago

Il primo a far parola del Fucino fu il greco Strabone, che, dopo aver localizzato i laghi laziali di Nemi e di Albano, quasi compiendo un balzo nello spazio, passa ad indicare il lago della Marsica. L’occasione gli viene offerta dalla presenza in quei luoghi della cittadina di Alba Fucens la quale, secondo il geografo, è ben più lontana delle ricordate città latine, essendo posta nell’entroterra, al confine con i Marsi, su un’alta roccia e vicino al lago Fucino, il quale per la sua grandezza, ha l’aspetto di un mare.

Il geografo greco accenna anche al fatto che le acque del Fucino subivano delle variazioni di volume, per cui a volte si innalzavano fino a toccare le falde montane ed a volte si abbassavano a tal punto da lasciare all’asciutto diverse zone prima paludose e da renderle fertili per l’agricoltura, “benchè le variazioni delle acque correnti – egli aggiunge – in profondità si verifichino di rado ed in maniera non evidente, le sorgenti di nuovo vi confluiscono o finiscono con l’estinguersi del tutto”, proprio come avviene nei fiumi della Sicilia.
Anneo Seneca, lì dove parla delle acque continentali, tratta anche delle acque stagnanti e correnti e ad un certo punto dice che “l’acqua si raccoglie dalle acque piovane, invece è sorgiva quella che viene da una sorgente. Nulla tuttavia vieta che l’acqua nel medesimo luogo si raccolga e nasca, cosa che vediamo nel Fucino, nel quale i monti circostanti convogliano tutto che la pioggia ha versato, ma in esso sono grandi e nascoste vene: così, anche quando i torrenti invernali sono defluiti, conserva il suo aspetto.”
Il lago in tal modo riceve l’acqua versata dalle piogge e d’inverno perde le acque dei torrenti defluenti e nel tempo stesso contiene nel suo seno magnae latentesque venae, cioè acque sorgive. Eppure il Fucino non subisce variazioni, infatti faciem suam servat, la qual cosa equivale quasi a dire con Strabone che il lago subisce di rado delle variazioni e queste non avvengono palesemente, a causa della sua profondità.
E’ evidente però che Strabone è caduto in contraddizione, perchè all’inizio del medesimo passo, riportato sopra, aveva scritto che la superficie del lago a volte si innalzava ed a volte si abbassava, impoverendosi così d’acqua.

Il lago Fucino era paludoso

Un altro aspetto del Fucino, desumibile dai testi degli autori antichi è quello di essere stato paludoso.
Già nei passi degli scrittori citati tale situazione è apparsa più o meno palesemente, ora perciò quei brani, che prima sono stati riportati per illustrare il lago Fucino dal punto di vista topografico, saranno ripresentati di seguito, tutti o in parte, ma per mettere in luce questo altro aspetto dell’area lacustre. Strabone infatti ha parlato di vitalizzare zone prima paludose e di renderle atte alla coltivazione. E ciò anche perché nel medesimo passo il geografo greco aveva detto che il volume dell’acqua del lago a volte o cresceva o si abbassava, sia pure di rado, e insensibilmente. Seneca non lo dice apertamente, però dal contesto si ricava facilmente che era convinzione degli studiosi del tempo che l’acqua del Fucino fosse stagnante, perché il lago era privo di uno sbocco. Egli infatti, dopo aver parlato di acqua che sta ferma e di quella che scorre, secondo la natura del luogo, passa ad affermare che “nulla proibisce che nel medesimo luogo l’acqua si raccolga e nasca, cosa che vediamo nel Fucino, nel quale viene convogliata dai monti circostanti l’acqua piovana, però in esso si trovano vene grandi e latenti”. E’ evidente che Seneca con tali parole si riferisce soprattutto al fenomeno dell’acqua sorgiva e stagnante nel luogo, più che a quella defluente, ed in alternativa alla eventualità di ingrossamenti e quindi di alluvioni.
Neppure Svetonio accenna apertamente alla natura paludosa del Fucino, però, quando parla delle opere compiute dall’imperatore Claudio, esplicitamente annovera tra le sue grandi imprese la costruzione dell’emissario del lago, ricordando che ciò rientrava nei disegni dell’opera rinnovatrice di Cesare e che la realizzazione di un emissario del Fucino era stato rifiutato da Augusto ai Marsi che insistentemente ne facevano richiesta.

Navale proelium

Partendo da Tacito, come ho già detto, vediamo che lo storico nel narrare le vicende accorse durante il governo di Claudio, ad un certo punto inserisce il ricordo di un singolare avvenimento del lago Fucino. Siamo nell’anno 52 d. C., Tacito inizia con una notazione temporale, per poi passare alla descrizione della naumachia. Ora si rivela che il taglio del monte era stato già effettuato e che, trattandosi della realizzazione di un’opera grandiosa (magnificentia operis), si volle sollecitare la presenza di una numerosissima folla di spettatori con l’allestimento di una naumachia proprio nel lago, e per far ciò si volle anche richiamare un famoso esempio precedente: la battaglia navale che Augusto aveva fatto svolgere in un lago artificiale, costruito su una sponda del Tevere. Ma la naumachia del lago Fucino doveva superare, nella intenzione di Claudio, secondo Tacito, quella data da Augusto, che era stata fatta con navi più leggere e inferiori di numero.
Volendo precisare, possiamo dire che il monte sotto cui era stata scavata la galleria (alla quale poi impropriamente daranno l’appellativo di “cunicoli di Nerone”) è il monte Salviano e che il fiume, in cui furono convogliate le acque del lago, è quello stesso che oggi va sotto il nome di Liri e che si immette nel Garigliano (da Gariliriano = Grati – Sacco + Liri).
Per quanto poi concerne il navale proelium, certamente un avvenimento del genere doveva richiamare la curiosità di tanta gente ma nell’intenzione di Claudio esso doveva essere un pretesto, perchè l’imperatore desiderava che la folla accorresse in maggior numero possibile per ammirare la magnificentia operis cioè l’apertura ed il funzionamento dell’emissario. Ad ogni modo, si trattasse di un pretesto o no, la naumachia fu voluta, fu allestita ed ebbe svolgimento. E senz’altro questa fu la prima volta che i popoli rivieraschi e molti spettatori venuti da lontano potettero assistere ad uno spettacolo così singolare svoltosi nel lago Fucino. In Virgilio, tra gli autori latini, si ha notizia più di una gara navale che di una battaglia: si trattava infatti di uno dei giuochi da effettuare con le navi gareggianti in velocità lungo un percorso già determinato. Testualmente Virgilio dice che quattro navi scelte dalla flotta e pari per velocità danno inizio alla prima gara con i pesanti remi. Non una vera naumachia quindi, ma una gara di velocità con navi, però anche questa gara, come del resto le altre che seguirono insieme con la finta battaglia equestre o ludus troianus fece radunare la folla dei confinanti, accorsi perché richiamati dalla fama e dal nome di Aceste, e tutti insieme riempivano i lidi per vedere i compagni di Enea e in parte preparati a gareggiare: laeto complebant litora coetu. Un’altra differenza è da vedere nel fatto che la naumachia del Fucino si svolse nelle acque del lago, mentre la gara sicula in mare aperto. In Abruzzo, prima del prosciugamento del Fucino, qui, tutt’intorno al bacino di quello che era il più alto dei laghi italiani, e per ampiezza solo inferiore ai laghi di Garda e Maggiore, le alte montagne si degradavano e si addolcivano fino al livello dell’alveo, creando un vario sistema collinoso, rotto da valli, insenature, piani ineguali che risalivano spesso senza impennate i pendii delle alture. In una oasi montana come questa e prima del prosciugamento, il clima era fortemente influenzato dalle acque. La conca, come ora, al riparo dai forti scorrimenti atmosferici. Il cerchio imponente dei rilievi costituiva una ininterrotta barriera contro l’assalto dei venti e le irruzioni dei freddi improvvisi. L’acqua del lago stabilizzava la temperatura circostante ed i terreni, i verdi pendii circonfucensi erano particolarmente fertili e produttivi. Soprattutto l’ulivo e la vite vi prosperavano in abbondanza. Così oltre che all’attività peschereccia, molto sviluppata, la popolazione dei numerosi centri del circondario si applicava anche con profitto allo sfruttamento delle risorse dell’agricoltura e della pastorizia. Attraverso i documenti scritti che possediamo, ma soprattutto attraverso la tradizione orale tramandata dalle passate generazioni, è facile rintracciare le ricorrenti notizie con cui si pone in rilievo la relativa consistenza della viticoltura e della produzione di vino prima del prosciugamento del lago. Al di sotto dei mille metri tutte le zone più esposte al sole e meno rocciose erano ricche di vigneti. Si afferma che nei paesi rivieraschi non esistesse famiglia che non possedesse una sia pur piccola vigna, un pergolato nell’orto, che non producesse un po’ di vino per il fabbisogno della casa. Ovviamente non si trattava di uve pregiate, ma di vitigni, (chiamiamoli così) casalinghi e montanari, acclimatati nell’ambiente e che pur senza strafare rendevano ai coltivatori eccellenti servigi.  Con la morte del lago però la vite cominciò a dare segni di malessere e di stanchezza. L’enorme serbatoio di acqua che con le sue risorse di calore aveva consentito alla vite prosperità sia pur difficile, quasi al limite dell’impossibile per la notevole altitudine, con la sua scomparsa lasciava tutto intorno una condizione di grande precarietà. L’equilibrio vegetativo e biologico, l’armonia acqua-collina si rompeva. L’uva non riusciva a maturare in tempo. Dai campi situati in zone più alte e poi giù giù fino ai confini della piana del Fucino la vite cominciò a vivere una vita afflitta, stentata, decisamente improduttiva. Spesso accadeva di dover raccogliere l’uva ancora acerba sotto la neve. Tuttavia terre ed agricoltori continuavano a sfidare la nuova situazione. Si dovettero aspettare gli anni 1935-36 per vedere all’opera un altro nemico dei vigneti: la filossera. Furono anni distruttivi, fu l’ecatombe della vite. Col passaggio della filossera tutta la regione risentì del ciclone. I contadini delle zone più colpite, vuoi per le difficoltà climatiche, vuoi per la voracità del parassita, deposero le armi, si arresero. Le fatiche intorno alla vite dovevano ormai ritenersi decisamente sprecate.

Annibale e Alba Fucens

Risalendo nel passato, prima che il principe Torlonia prosciugasse il lago, su su, fino ai tempi remotissimi, tanto abbondante era il vino che si produceva in questa regione, che Annibale, attraversandola, poté lavarvi i suoi cavalli scabbiosi. La verosimile leggenda testimonia l’abbondante presenza della vite in queste zone fin dai tempi più remoti e trova la sua conferma nel rinvenimento di un bassorilievo riproducente Bacco bambino, nella zona di Alba Fucense. Questa cittadina , che faceva parte di uno dei 41 oppida o villaggi fortificati, abitata dagli Equi e dai Marsi, venne con tutte le altre distrutta dai romani nel 304 a.C.. L’anno dopo, dagli stessi romani, venne di nuovo innalzata sul primitivo oppidum una colonia militare che al nome originario di Alba, aggiunse quello di Fucens. Vi furono stabiliti seimila coloni in età da portare le armi, il che fa supporre che l’ammontare della popolazione tutta toccasse i 25.000 abitanti: nacque così la più importante colonia militare mai fondata dalla Roma repubblicana.
La nuova città ricevette lo statuto proprio delle colonie latine che le dava la più completa autonomia, ivi compresa quella di batter moneta.
Ma la fedeltà di Alba doveva essere messa alla prova ancora durante la seconda guerra punica. Quando Annibale, per costringere i romani a togliere l’assedio a Capua, giunse nel 211 a 4 miglia da Roma, Alba inviò diecimila soldati a guardia della città, costringendo Annibale a ritirarsi, dopo appena cinque giorni di esitanti manovre, verso il Sud.

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