Onori alla famiglia D’Amico Isidoro

– Caporetto: una sconfitta che diventa occasione di rinascita

La 12^ Battaglia dell’Isonzo
Con grande sorpresa di tutti i soldati, alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917 le linee italiane tra Plezzo e Tolmino, 2^ Armata, iniziarono ad essere colpite da un bombardamento senza precedenti sia per intensità che per precisione.
Gli austro-germanici si mossero simultaneamente sia a nord, nei pressi del Monte Rombon, che a sud, a Tolmino. La prima zona era ben difesa dall’esercito italiano ma alle bombe si mischiarono anche granate a gas asfissiante che in breve tempo uccisero oltre 700 uomini della Brigata Friuli.


In occasione delle celebrazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale, in particolare della ricorrenza della disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), allo scopo di promuovere la conoscenza di quella pagina tragica della storia italiana (patrimonio culturale della memoria), la riflessione sui suoi possibili significati più generali e attuali, sulle attuali vicende del nostro Paese e dell’Europa e sugli aspetti più complessi e problematici del mondo in cui viviamo, vogliamo ricordare il contributo di sangue e di sofferenze di migliaia di giovani contadini analfabeta che non sapevano di guerra, non volevano la guerra, ma fecero quella guerra per completare un’epopea risorgimentale, sacrificando la propria vita per gli ideali di Patria e Libertà, consegnandoci un’Italia Unita.
Il nostro intendimento non è quello di portare alla luce l’orrore delle trincee o gli errori della sconfitta, che fu disonorevole perché improvvisa, inattesa, incredibile, grave, conseguenza di negligenze e di cattiva gestione delle forze in campo, ma far risaltare l’immagine della Vittoria che ha regalato all’Italia la sua unità.
I lutti, gli orrori, è vero ci sono stati, ma, visti con gli occhi di cento anni fa avevano un senso che, con la mentalità di oggi, è ben difficile da capire e da accettare. Questa guerra fu un grande sforzo per tutti: sforzo che riuscì a rafforzare l’idea di Nazione e di Bandiera, di quel tricolore che tornò a garrire con fierezza tra le nazioni europee.
Vogliamo celebrare il sacrificio, quindi, per ricordare i caduti affinché il loro sacrificio non sia stato vano.
A cent’anni di distanza di questo sacrificio restano ormai poche sporadiche notizie che ci raccontano degli ortucchiesi inviati al fronte. Dei tanti nostri ragazzi che donarono le loro giovani vite per completare un’epopea risorgimentale, che anelava ai territori italiani ancora negati di Trento e Trieste, restano tenui e labili tracce. Se non si interviene adeguatamente ai nostri eredi, di questi ragazzi che si sacrificarono per il nostro Paese, non rimarrà nulla! Nemmeno la Memoria Storica. Noi vogliamo dare il nostro modesto contributo nel tentativo di ricostruire questa “Memoria Dispersa”.
Vogliamo ricordare la battaglia di Caporetto o 12^ battaglia dell’Isonzo, che fu la più grave disfatta dell’Esercito italiano, sinonimo di sconfitta collettiva, ma Caporetto richiama il Piave e Vittorio Veneto. Una sconfitta seguita da una riscossa, dove una sconfitta diviene riscossa quando ferisce le coscienze: la sconfitta che si fa valore, quando una Caporetto diventa occasione di rinascita.
In quella situazione di tracollo generale, con i soldati sfiniti, sfiduciati, frustrati, con la Chiesa che implorava la pace, con il Nord e il Sud ancora divisi e le mamme che imploravano la fine di quelle stragi, si levarono voci che incitavano gli italiani a riconquistare la dignità smarrita. Voci di poeti, di storici, di intellettuali e politici che chiedevano una reazione morale della parte più nobile del paese.
Ma perché l’Italia si risollevasse dalla decadenza, non bastava il richiamo di pochi spiriti eletti, era necessario che il risveglio penetrasse profondamente nell’animo della gente. Per riconquistare la “Dignità Smarrita”, necessitava che negli animi sorgesse l’esigenza e il desiderio di una identità politica e territoriale comune, ciò nonostante per soddisfare tale bisogno era necessario superare le paure, i rancori, le divisioni, acquistare la coscienza di formare un’unica famiglia, affratellata in un’unica sorte.
Sembrava un’impresa ormai smarrita, un sogno sfumato, un canto antico: «O nostra Italia! Salve, terra santissima cara a Dio, salve, terra ai buoni sicura, tremenda ai superbi, terra più nobile di ogni altra e più fertile e più bella, cinta dal duplice mare, famosa per le Alpi gloriose, veneranda per gloria d’armi e di sacre leggi, dimora di Muse, ricca di tesori e di eroi, che degna d’ogni più alto favore reser concordi l’arte e la natura e fecero maestra del mondo» (Francesco Petrarca).
In sostanza, per acquisire una Identità nazionale, una Patria libera e unificata, un’Italia tanto sospirata da Giuseppe Garibaldi, quando affidò il Regno delle Due Sicilie al Re Vittorio Emanuele II, gli italiani dovevano ritrovare la memoria, dovevano comprendere quello che nei secoli avevano dimenticato: lottare, combattere, morire per la loro causa.
E l’occasione fu propizia agli italiani che riuscirono a tirar fuori il meglio del loro valore e del loro carattere.
Profondamente umiliati e oltraggiati dall’eterno nemico, l’Austria, l’Italia intera, a partire dal soldato, che aveva abbandonato il fucile e sentiva la vergogna della sconfitta, seppe ritrovare la coscienza esatta della sua identità; reagì con orgoglio, riuscendo a fermare la potenza delle Armate tedesche.
Sulla parete di un edificio diroccato nelle campagne del Veneto era scritto: “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”
L’Esercito Italiano, inseguito dalla “bestia affamata” arretrò fin sul Grappa, dove stette l’alpino a fronteggiare l’orda tedesca, sul Montello e sul Piave, che “mormorò, non passa lo straniero”, si annidò il fante e il bersagliere a lavare gli sporchi austriaci.
Furono chiamati i “Ragazzi del ‘99”, esaltati dalla “Leggenda del Piave”, la più celebre canzone patriottica italiana; ripararono in trincee insanguinate per custodire il Sacro Fiume. Grande ed ammirevole fu la coesione e la forza morale esibita dall’Esercito dopo Caporetto, quando austriaci e tedeschi tentarono, vanamente, l’ultima grande offensiva per vincere sul nostro fronte. Il soldato italiano dette prova di resistenza e di unità ed il “bel paese là dove ‘l si sona” (Dante) si convertì, ritrovò la memoria e nello spirito del suo profeta si fece «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor».
Di situazioni drammatiche l’Italia ne ha vissute diverse, ma la disfatta di Caporetto si è dimostrata un evento che ha segnato in modo profondo e indelebile l’animo degli italiani e che determinò radicali mutamenti politici e sociali in tutto il Paese.
In questa data in cui si celebra il sacrificio divenuto principio di una vittoria che portò alla riconciliazione degli italiani, noi sosteniamo l’Unità d’Italia, ricordando i caduti che si sono sacrificati per dare vita al nostro Paese.
In tale ricorrenza, quindi, vogliamo rendere omaggio e ricordare tutti coloro i quali hanno sacrificato la loro vita o anche soltanto gli anni migliori della loro esistenza, per la Patria.

Quando ricordiamo i nostri caduti, quando ricordiamo i nostri combattenti, i reduci, gli invalidi di guerra, quando ci rechiamo ai Monumenti, ai Sacrari o ai cippi posti in memoria dell’eroismo della nostra gente, non facciamo omaggio ai valori che attengono al concetto di guerra, ma ai valori che esaltano la profonda umanità del sacrificio, dell’eroismo e della dedizione, che sono perenni e comuni. Quel conflitto fu combattuto duramente su montagne inaccessibili, in valli di nebbia, in pianure paludose, in trincee di fango, in condizioni impossibili, come pure fu dura nel resto del Paese.
La dimensione della vita dura, della fatica estrema, il vivere di stenti, in condizioni precarie, in prigionia, il non cedere per far fronte al proprio dovere anche con la vita, quello sforzo condiviso da molti, dai compagni, dalle famiglie è scritto nella nostra Memoria Locale. Dobbiamo impegnarci tutti a NON DIMENTICARE quelle circostanze che hanno permesso ciò che siamo ora, è un impegno dei meno giovani verso le nuove generazioni alfine di costruire un futuro migliore e di pace; un tema, quello della pace presente in maniera chiara nella nostra Costituzione, la legge più importante, su cui si regge la nostra Nazione e che nasce da un Paese dilaniato dalla guerra civile. Essa fu scritta da chi conosceva la guerra, perché l’aveva vissuta sulla propria pelle e ci ha voluto avvisare di non ricadere in quell’errore. Perciò, il nostro comportamento deve andare sempre nella direzione di difendere la dignità delle persone, aiutare chi è in difficoltà, aumentare le nostre conoscenze, essere onesti nel lavoro, partecipare la politica, per costruire una società migliore di quella che ci hanno lasciato i nostri Padri.
A ragione, è il giorno del ricordo e del ringraziamento, ma deve essere anche il giorno della riflessione, per fare in modo che il passato, la storia ci sia da monito e insegnamento per il futuro. Ed anche se pensiamo che il silenzio, meglio di tante parole, riesce ad esprimere più degnamente ed intensamente la commemorazione che stiamo celebrando, siamo certi che sia doveroso ricordare i nostri giovani fratelli di Ortucchio caduti sui campi di battaglia o prigionia; i loro nomi scritti sulla lapide del monumento, i loro volti, il loro sacrificio dovuto per un ideale più grande di loro, per quel senso di Comunità, di Patria che facciamo fatica a comprendere, perché ormai è trascorso un secolo e la nostra Società è molto lontana dalla vita e dagli ideali di allora, non possiamo farli cadere nell’oblio.
Nell’era della globalizzazione, dell’individualismo, dinanzi al rischio di uno smembramento delle nazioni, incalzate dalle molte richieste di regionalismi che rivendicano il diritto all’autonomia dei popoli e che privilegiano le tradizioni e gli interessi locali, davanti ad una politica mondiale inerme, indifferente e incapace di dare risposte, bisogna cercare di evitare il pericolo dell’egoismo, che mira alla ricerca del proprio vantaggio, e proseguire nel solco tracciato da quei giovani! Dobbiamo essere prudenti ma saldi all’idea di Unità all’interno dell’Europa solidale, unica realtà geografica e culturale, garanzia di virtù, di libertà e di umanità della storia, in modo da accogliere e serbare “il grido del sangue di quei giovani affinché dall’odio fiorisca l’amore”.
I più grandi di età raccontano le lunghe chiacchierate, gli scontri avuti con i loro padri nel discutere sulle novità della vita, e ci dicono che il dialogo si concludeva sempre allo stesso modo, con il padre che “guardandomi dritto negli occhi, infine, mi salutava, affermando che la sua generazione aveva combattuto per unificare l’Italia ed ora spettava ai giovani aiutarla a diventare un paese ove possa regnare libertà, uguaglianza e fraternità”.
Una sfida, un progetto: testamento e missione insieme per le giovani generazioni! Una vera road-map per la Nazione.

Omaggio alla Famiglia “Isidoro D’Amico”

Ed in questo momento di raccoglimento, non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo dimenticare i nostri eroi caduti, né i loro amici e parenti che hanno condiviso le loro sofferenze ed hanno conosciuto il distacco doloroso da qualcuno nel momento dell’addio: un’emozione forte, il dramma della perdita e della separazione da una persona cara, il cambiamento della vita che comporta un distacco, un prima e un dopo che ci fanno sperimentare l’abbandono, la solitudine, la paura, il senso di colpa e la vulnerabilità umana.
È un coro di voci si leva dal passato che non può passare, ma ci forma e ci accompagna per tutta la vita!
È un coro di voci che parlano e raccontano le loro storie di passioni, di amori, di gioie e di successi, di delusioni, di angosce e di dolori, ma anche di una vita campagnola, operosa, vissuta nei campi “liberi e fecondi” in compagnia del “solenne” e pacifico bove.
Noi vogliamo raccontarvi, per tutti, la storia di una delle tante famiglia di “cafoni” o umili contadini di Ortucchio, la storia di un uomo, che divenuto padre ha conosciuto il dolore della croce quando l’età si faceva avanzata ed il corpo diveniva fragile.
Vogliamo esaltare l’umanità, la generosità, il coraggio, l’amore per la Patria di queste persone, contadini resistenti alle fatiche, pronti al sacrificio ma umili e miti tra le mura domestiche. Vi offriamo questa pagina di ricordi confusi con animo ispirato ai valori umani e cristiani, nazionali e universali, con sentimento di riconoscenza verso questi nostri fratelli e con la promessa di non dimenticarli mai!
Vogliamo infonderlo nei nostri cuori, questo ricordo, affinché ci sia da stimolo e si preservi nitida l’immagine di questi uomini modesti, forti e gentili, artefici del risorgimento italiano, Eroi della Vita Quotidiana, per essersi dimostrati all’altezza di ogni situazione.
È la storia degli ultimi anni della vita di un uomo, padre premuroso, che appare saldo come una roccia nel suo vivere quotidiano, nell’ambito di un ambiente contadino. Parliamo di Isidoro D’Amico, nato a Ortucchio nel 1851: persona laboriosa, religioso, partecipe della vita pubblica, attento e riservato nei rapporti personali, pronto ad aiutare chi è nel bisogno; un uomo che vive l’intera sua vita in famiglia, con grande gioia, delicatezza e senso di responsabilità verso i suoi cari; contadino instancabile, impegnato alla cura dei campi e del suo asino, compagno inseparabile e utile per tanti lavori, compreso la raccolta della legna di uso civico secondo i bisogni della propria famiglia. L’inverno, dopo cena, la famiglia si raccoglie intorno al fuoco del camino, dove papà Isidoro educa i figli ai valori umani e alle virtù personali, inserendo voci di tradizioni popolari. La vita in famiglia scorre felice e fertile con la moglie Maria Giuseppa che gli regala 7 maschi, con l’ultimo, Domenico del 1896, sfortunatamente morto solo dopo un anno di vita, e il primo, Antonio del 1879, emigrato nel 1903 in America, a Filadelfia, dove ormai risiede stabilmente.
Siamo al primo gennaio 1915, il paese festeggia l’ingresso del nuovo anno, la festa della famiglia che si riunisce al calore del ciocco che si consuma nel camino, affinché dalle ceneri del vecchio nasca una nuova vita. La messa, celebrata da don Ferdinando Petricca, è terminata da un pezzo, mezzogiorno è suonato, ma la gente si attarda ancora a discutere in piazza e nelle strade.
A casa Isidoro c’è gran fermento, la cucina è piccola e gli invitati sono tanti: la tavola è stata allungata, tutto è pronto per essere servito, ma papà Isidoro, come al solito, è in ritardo. Ci sono tutti: c’è il figlio Giovanni con la moglie Maria e la figlia Adele, di 3 anni, che corre per tutta la casa coccolata dagli zii, c’è Augusto, Giampietro con la moglie Maria Rosa, Cesidio e Lorenzo.
Insomma, ci sono tutti meno che lui, il Padre, e mamma Maria Giuseppa che comincia a perdere la pazienza.
Finalmente arriva e la moglie lo riprende, gli domanda il motivo del ritardo, ma senza attendere risposta, invita tutti a sedersi a tavola. Frattanto, la piccola Adele, incurante delle parole della nonna, corre incontro al nonno, gli salta in braccio e lo riempie di carezze.
Pian piano, la situazione si stabilizza: vengono servite pietanze squisite, i cuori si rallegrano e “nel vin ogni penar si tempra”.
Dopo un po’, però, Giovanni, che conosceva bene il padre, ripropone la domanda della mamma: “scusa papà, ma di che parlavate con il compare Orante?” E il padre, un po’ riluttante e preoccupato, gli risponde che si parlava della guerra in Europa.
La discussione si anima e qualcuno si schiera addirittura contro la guerra; ma il padre, da buon garibaldino, proclama che l’Italia deve cogliere l’occasione per concludere definitivamente la stagione risorgimentale. Tutti concordano, ma una certa inquietudine è palese!
Isidoro, in fin dei conti, si sentiva un uomo fortunato: la famiglia viveva lieta nello scambievole calore di affetto che emanava dai cuori semplici dei suoi componenti ed egli non poteva immaginare una svolta così amara, il tempo di giorni neri, giorni di dolore e di lacrime.
La gioia lascerà presto questa famiglia e Ortucchio, molte vite saranno spezzate e di quelle case rimarrà solo “pietra su pietra”.

QUELLO CHE NON IMMAGINI PUÒ ACCADERE NELLA VITA, E ACCADE QUANDO MENO TE LO ASPETTI!

Il primo dolore che lo colpì fu la morte che già incombeva, fredda, spietata e violenta, della moglie diletta: Maria Giuseppa.
Qualche giorno dopo arrivano i missionari ad Ortucchio e la Collegiale di S. Rocco programma una messa pastorale per le donne.
È il 13 gennaio 1915, Maria Giuseppa si reca in chiesa insieme a molte altre donne del pese, infervorate dalle parole dei missionari.
Non sono ancora le 8 del mattino quando la Marsica è colpita da un terribile terremoto; un disastro così sconvolgente da segnare la vita sociale della regione per gli anni a venire. Un fenomeno naturale, una catastrofe che arriva dal silenzio e riduce tutto a cenere. Interi paesi sono distrutti, con i sopravvissuti alla mercé della fame e del freddo.
Ortucchio è completamente raso al suolo: il lavoro, i sacrifici degli ortucchiesi è andato distrutto in quei pochissimi secondi.
Maria Giuseppa, insieme a tante altre madri rimangono sepolte sotto le macerie della chiesa di S. Rocco. Tutti morti, quasi 500 persone. Si salvano don Ferdinando e Ceccotta. La disperazione e la frustrazione prendono il posto della serenità e della speranza.
I sopravvissuti si cercano, si soccorrono, si aiutano per cercare di salvare qualche sepolto vivo, ma il disastro è enorme: ci sono i feriti da curare, i bambini e gli anziani da assistere e da proteggere dal freddo e dalla neve; ci sono tanti morti da seppellire e gli animali da governare, ma la cosa peggiore è il ritardo dei soccorsi.
Papà Isidoro è sconvolto, ha il cuore trafitto dal dolore, non riesce a convincersi di quanto è successo. Alla sua età non riesce a separarsi dalla moglie, compagna e amica di tante avventure: lacrime cocenti bagnano il suo viso, ripetuti singhiozzi scuotono il suo petto; non basta il conforto e le suppliche dei 5 figli. Infine, il cammino naturale della vita riprende il suo corso regolare: don Ferdinando riesce a benedire la salma che viene accompagnata al cimitero, senza passare per la chiesa che non c’è più.
La catastrofe causata dal terremoto, crudele e spietato, aveva logorato il paese, lasciando gli abitanti nel dolore, nella sofferenza e nella totale desolazione: senza riparo, senza cibo, senza volontà e senza speranza.
Ma le sciagure, purtroppo, non vengono mai da sole! L’Italia entra in guerra e i giovani di Ortucchio, salvatisi dal terremoto, rispondono con lealtà alla chiamata e marciano verso il carso con sguardo fiero, consci del loro dovere di figli.
Dal sud partono migliaia di contadini, attraversano tante regioni, diretti al fronte: lasciano il paese, le loro case, i campi da coltivare, lasciano le madri, le moglie, i figli, i loro cari; gli ortucchiesi lasciano i morti e i parenti sfiniti, ne partono oltre 180, vanno a combattere sull’Isonzo, sul Piave, sulle Alpi, sull’altipiano d’Asiago e sul Cencio, sul Carso, sul Sabotino e sul Gabriele, sul Grappa e sul Montello.
Con la morte nel cuore, papà Isidoro saluta i suoi figli, uno dopo l’altro, con un abbraccio silenzioso, forte, denso di commozione, di amore e di mestizia, li benedice e li raccomanda all’Amore del Signore:

Per primo parte Giovanni D’Amico, nato il 25 luglio 1883, soldato dell’8° Reggimento Alpini, sposato nel 1907 con Maria Valente, padre di Adele del 1911, muore in prigionia il 10 novembre 1918, appena pochi giorni dopo la fine della guerra;

Poi parte Augusto D’Amico, nato il 23 agosto 1886, soldato del 1° Reggimento Genio, celibe, muore sul campo per ferite riportate in combattimento. Le sue spoglie riposano nel Sacrario di Oslavia, Torrione Montanari, tomba N° 292;

3° parte Giampietro D’Amico, nato il 24 giugno 1889, soldato dell’8° Reggimento Alpini, sposato nel 1914 con Maria Rosa Di Giacomantonio, torna alla fine della guerra;

4° parte Cesidio D’Amico, nato il 10 febbraio 1892, soldato del 127° Reggimento Fanteria Firenze e Carabiniere nella Legione Carabinieri Reali di Ancona, celibe, torna alla fine della guerra;

Buon ultimo, a soli 18 anni, parte anche Lorenzo D’Amico, nato l’8 agosto 1898, arruolato il 20 febbraio 1917, soldato del 240° Reggimento Fanteria Pesaro, celibe, combatte sulla Bainsizza (11^ battaglia dell’Isonzo), affronta i tedeschi nella 12^ battaglia dell’Isonzo, ma il 30 ottobre, in piena disfatta di Caporetto, viene fatto prigioniero e trasferito in Germania, dove viene liberato nel gennaio del 1919.

Papà Isidoro portava i suoi ricordi, i suoi pensieri, le sue preoccupazioni in petto con dignità, decoro e riserbo; come un sogno, una visione, un giusto desiderio, ma la misura del dolore era troppo grande per quel vecchio che mostrava già segni di cedimento.
Amici, immaginate quest’uomo, prossimo ai settanta, colpito negli affetti più cari, schiacciato dalla sofferenza del dolore, percosso dal destino, stremato nel corpo e nello spirito, senza volontà, privato della casa, della moglie e del conforto dei suoi figli, costretto ad badare la piccola Adele. Egli ha smesso di affaticarsi per monti e boschi, non coglie più le bionde spighe, solo si aggira per le strade del paese a inseguire notizie dei propri figli, e quando è sera si attarda davanti al proprio ricovero nella speranza di qualche novità.
Taciturno, con il cappello in testa, in piedi, immobile, Isidoro si ferma a guardare i pochi soldati che ripuliscono le strade dalle macerie; pensa che lì, al sicuro, a fare quel lavoro potrebbero esserci i suoi figli, e così il suo tormento aumenta nel caro petto.
Spesso, si trova solo nella pace del vicino orto, con un paio di scarpe rotte e un vestito lacero, come il vecchio Laerte che aspettava il ritorno di Ulisse, curvo a zappare intorno a qualche piantina di pomodoro, zucchina o peperone. Durante i giorni dell’afa estiva si rifugia all’ombra di un ciliegio, tra il cinguettio degli uccelli e il mormorio delle acque fresche dei ruscelli intorno a Ortucchio.
Come una roccia che non crolla, che resiste ad ogni aggressione e che offre rifugio al naufrago, questo nostro padre ha dovuto sostenere la prova più dolorosa per un genitore, subire la perdita di un figlio. Egli ha sentito il suo cuore rompersi in mille pezzi, come morire dentro, portare un dolore che non potrà mai passare. Gli è stata portata la notizia che suo figlio “Augusto era rimasto ucciso in combattimento, era morto da eroe” in difesa della Patria. È stato abbracciato da un soldato che messosi sull’attenti gli ha riferito il saluto ed il cordoglio del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e di tutta la Nazione, aggiungendo poi che per un padre era l’Onore più alto e più nobile che un figlio potesse fargli. Isidoro rimase rigido ed in silenzio ad ascoltare il soldato, conscio che il figlio era entrato nella storia d’Italia. Sapeva che in questi frangenti, e anche più in generale nella quotidianità del vivere, “amare la Patria richiede la disponibilità al sacrificio, che può essere un umile sacrificio o il sacrificio drammatico e glorioso del combattere e del morire”.
Da cittadino ama la santa immagine della Patria, ma è intriso di spirito cristiano e avverte: “Ricordatelo! La guerra non purifica, è una menzogna”! E in occasione della disfatta di Caporetto, ammoniva: “Non dite che il soldato italiano ha tradito. Tacete, infami, davanti al nome santo del fante d’Italia”.
Il sacrificio di Augusto, doloroso per lui, forse, era il prezzo della sua famiglia per la Patria! La guerra era terminata, il 4 novembre 1917 era entrato in vigore l’armistizio di Villa Giusti e lui aspettava impaziente il ritorno dei quattro figli. Invece, il soldato tornò di nuovo a bussare ancora alla sua porta per portare il triste messaggio del Re, che annunciava il decesso del secondo figlio, Giovanni, morto il 10 novembre 1918 in prigionia per malattia. Ritiratosi nel suo orto, poco fuori del paese, pianse in solitudine lacrime disperate.
Con la morte nel cuore tornò indietro dalla sua piccola Adele; con lei si recava tutti i giorni all’ingresso del paese a scrutare l’orizzonte e scoprire la figura del soldato che tornava a casa. Per tre volte, ogni volta, si ripeté la stessa scena: mentre il figlio era ancora lontano, papà Isidoro lo riconosceva nel suo cuore, gli correva incontro, chiamandolo per nome una, due e più volte pronunciava il nome; gli gettava le braccia al collo e lo baciava, come un bambino, perché quel figlio tornava in vita.
A Natale del 1923, tornò anche Antonio dall’America a portargli un poco di conforto, prima che morisse nel 1929, in una nuova casa, una baracca di legno, circondato dai suoi figli che lo consolarono, ascoltandolo fin nelle sue ultime parole.

Signori, anche Ortucchio, come quasi tutti i paesi d’Italia, ha contribuito all’esito della Grande Guerra, con un grande sacrificio di sangue e di vite umane. La vita dei soldati al fronte e in prigionia è raccontata da molti autori, che partecipando al conflitto, ne scoprono l’orrore e l’avversione, come anche nelle molte lettere dei soldati alle famiglie. Noi abbiamo ritenuto doveroso ricordare, per non dimenticare, i sacrifici e le sofferenze di un padre che si è speso interamente per l’Amore della Famiglia.
Un Amore che madre Teresa di Calcutta proponeva a chi gli chiedeva:
“Madre, cosa posso fare per la pace nel mondo?”, lei rispondeva: “Torna a casa e ama la tua famiglia”.
Questo l’Amore testimoniato da Isidoro in un periodo particolarmente difficile per le privazioni e le angosce provate dagli ortucchiesi.
Fortificato e sorretto dall’amore per la famiglia: un uomo amato, che aveva saputo amare. Papà Isidoro salutava ogni giorno ed ogni notte i suoi figli con un bacio, perché non sapeva quando sarebbe stata l’ultima volta o l’ultimo bacio.
Ecco, noi abbiamo voluto ricordare una storia distante, ripristinando una Memoria locale sbiadita nel tempo per l’ansia di nuovi bisogni.
L’affidiamo a tutti gli ortucchiesi, vicini e lontani, affinché non venga più dimenticata!
“Nel ricordo la vita rinasce e, grazie a te, genera nuova vita”.
Ora è giunto il momento di tacere e rendere nel modo più sincero il saluto e giusto riconoscimento alla Famiglia Isidoro D’Amico.

Amici, in piedi ……. ATTENTI! ……. e insieme ripetiamo:

ONORI ALLA FAMIGLIA D’AMICO ISIDORO

di Mario D’Agostino

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