Cenni storici Ortucchio

Il territorio di Ortucchio fu abitato dalla lontana preistoria dai popoli che, provenendo dalla costa, avevano trovato riparo nelle grotte scavate dalle acque sui fianchi dei monti. Successivamente (circa 10000 anni fa) le variazioni climatiche, che hanno sempre condizionato gli insediamenti umani, fecero spostare gli abitanti dalle caverne verso la pianura per fissare la propria dimora sulle rive del lago; le grotte continuarono ad essere utilizzate come luoghi sacri per il culto e per il seppellimento dei morti. Col tempo gli uomini fucensi abbandonarono le alture per vivere stabilmente in prossimità del lago ricco di pesci che offriva risorse alternative alla caccia. Le recenti scoperte hanno confermato l’esistenza di un villaggio non lontano dall’attuale abitato di Ortucchio nel Il millennio a.C. il ritrovamento di oggetti di bronzo, databili tra il XV e il X secolo a.C., testimonia la presenza di individui esperti nella lavorazione dei metalli. Probabilmente tra il IX e I’VIII secolo a.C., a causa dell’innalzamento delle acque del Fucino, gli abitanti del borgo lasciarono le rive del lago per trasferirsi nella zona di Arciprete dove le acque non potevano raggiungerli. Nel VII VI secolo a.C. sulle sponde del Fucino si stanziarono i Marsi, i resti di mura poligonali, inglobati nel basamento della chiesa di S. Orante, sarebbero la prova della preesistenza di un tempio italico nel luogo dove attualmente sorge la chiesa. Nel IV secolo a.C. iniziarono le ostilità tra Roma ed i Marsi, questi nel 304 a.C., con gli altri popoli italici, divennero “foederati” di Roma; nel 90 a.C. presero parte alla guerra sociale , secondo il Di Pietro  in questa occasione Ortucchio (Archippe) fu distrutto e successivamente ricostruito. Dopo la caduta dell’impero Romano (476), il pericolo delle invasioni barbariche ed i frequenti straripamenti del lago spinsero le genti di Ortucchio a rifugiarsi sui rilievi vicini in centri fortificati; successivamente ridiscesero a valle per stabilirsi sul colle di Ortuclum. Fino alla metà del 1200 Ortucchio rimase un piccolo abitato che viveva intorno alla chiesa di S. Maria, l’attuale Sant’Orante, coltivando i pochi campi circostanti in condizioni di estrema povertà; in seguito, secondo il Di Pietro il centro si ingrandì perché ad esso si unirono gli abitanti di sette villaggi vicini: S. Quirico, Pozzo, Manno, Cirmo, Torricella, Casamurata e Arciprete, attirati forse dalla presenza rassicurante di una torre quadrata fatta costruire dal conte Ruggero di Celano cui Ortucchio era soggetto. Il paese viene confermato tra i possedimenti di Leonello Aclozzamorra, marito di Icobella contessa di Celano, in un documento del 1445, fatto compilare da Alfonso d’Aragona per la riscossione dei tributi. Estintasi la dinastia dei conti Berardi con la morte di Ruggerotto, figlio di Icobella, nel 1463 il feudo di Celano fu conferito da Ferdinando d’Aragona ad Antonio Piccolomini nipote del papa Pio II. L: avvento dei Piccolomini modificò sensibilmente l’aspetto di Ortucchio, il centro si ingrandì intorno alla nuova chiesa di S. Rocco (il Santo dei Piccolomini), fu dotato di una nuova cinta muraria, fu costruito il castello utilizzando in gran parte la struttura preesistente per mantenere i terrazzani all’obbedienza. L’ esigenza di costruire il castello non nacque dunque solo dal desiderio di difendere il paese dagli attacchi dei nemici ma anche per controllare quel popolo di pescatori ostili ad una politica economica incentrata sulla pastorizia. Nel XV secolo il paese doveva contare all’incirca 370 fuochi (o famiglie) come risulta dal “Liber Focurum Regni Neapolis gli abitanti vivevano in condizioni di povertà con un’economia basata essenzialmente sulle risorse del lago che, con il suo regime instabile, non garantiva certo serenità al paese. Pericolosa infatti si rivelò per Ortucchio la sua espansione verso est poiché i Piccolomini avevano programmato l’ingrandimento del centro abitato tenendo conto del livello relativamente basso che il Fucino aveva nel XV secolo, nei secoli successivi però con l’innalzamento delle acque il paese si trovò sommerso dal lago. La dominazione spagnola, sancita dal Trattato di Lione (1504), con la sua politica di sfruttamento e di oppressione fiscale aggravò le dure e precarie condizioni di vita di Ortucchio. Fin dagli inizi del XVII secolo il paese dovette ospitare una guarnigione spagnola e fornirle ciò di cui aveva bisogno. Successivamente nella Marsica ci furono sommosse legate alla rivolta napoletana di Masaniello: nella zona del Fucino imperversavano bande di briganti e Ortucchio fu uno dei centri più colpiti da questo fenomeno; a ciò si aggiunse la peste che nel 1656 provocò gravi danni anche a causa della presenza delle acque paludose del lago che favorivano la diffusione dell’epidemia. Ortucchio rimase sempre esposto alle calamità e ai danni provocati dal Fucino, in una delle sue piene il lago infatti inondò molti terreni coltivabili, i proprietari vendettero gran parte di essi, a basso prezzo, agli abitanti di Gioia trovandosi poi a lavorare, quando le acque si ritirarono, come operai nei campi che un tempo appartenevano loro.
Nel XVIII secolo il lago tornò a minacciare ancora una volta i campi di Ortucchio, infatti dopo aver toccato il livello più basso nel 1752, rendendo coltivabile parte del fondo lacustre, le acque ricominciarono a crescere arrecando gravi danni al paese. Per questo motivo nel 1807, durante il regno napoleonico, il comune fece appello a Giuseppe Bonaparte affinché aiutasse i cittadini a costruire altrove (in località S. Stefano) il paese che per gratitudine avrebbe preso il nome di Giuseppopoli, ma la richiesta fu vana. Nel 1819 ci fu un’escrescenza paurosa del lago e il paese rimase isolato, si racconta che per recarsi nelle campagne circostanti gli abitanti facevano uso di barche, con le stesse al mattino portavano gli animali al pascolo e la sera li riconducevano nelle stalle. Ortucchio mantenne sempre viva la speranza di vedere prosciugato il Fucino, il desiderio sembrò avverarsi quando Alessandro Torlonia acquistò per intero le azioni della Società incaricata del prosciugamento del lago; il paese intervenne in suo favore e con una delibera del 26 maggio 1865  la Giunta si fece portavoce della popolazione chiedendo che il lago venisse prosciugato per i danni che arrecava al paese, alle persone, alle cose. Le aspettative riposte nel Principe erano purtroppo destinate a rimanere deluse, nel 1866 infatti Ortucchio firmò con molti altri Comuni della Marsica una petizione contro il decreto del 24 novembre 1865 che concedeva al Torlonia la facoltà di occupare tutti i terreni sottratti al lago.
Il decreto fu applicato e le speranze dei fucensi s’infransero contro il potere del Principe: una signoria fondiaria di stampo feudale.
Questa situazione strozzava letteralmente le famiglie: tanto lavoro, poco reddito e nessuna risorsa per il progresso della famiglia. Tutto e solo per la sopravvivenza. “Se discreta è l’alimentazione, non può dirsi altrettanto delle abitazioni, che in alcuni paesi se non sono delle vere tane, hanno tutta la presenza di veri immondi tuguri”. Se si eccettuano le abitazioni di quei Comuni più popolosi e forniti di un grado maggiore di civiltà e di benessere materiale, gli altri Comuni hanno case in cui vivono alla rinfusa uomini e donne, fanciulli e fanciulle, sani e malati in un canto e, non raramente, nell’altro le galline, il maiale e anche l’asino; senza luci, annerite dal fumo, con tetti mal coperti e tali da penetrarvi l’acqua piovana.
Una vita miserabile, piena di stenti, foriera di malattie incurabili. Ecco, una luce in lontananza! Il mondo offre una via d’uscita da quella vita di stenti e di sofferenze. Dall’estero arrivano notizie grandiose: c’è bisogno di lavoratori! Nel pieno del loro sviluppo industriale, gli Stati Uniti d’America aprono le porte all’immigrazione dal 1880. Anche gli uomini di Ortucchio, in alcuni casi con tutta la famiglia, in quegli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, s’imbarcano verso quei Paesi in crescita, alla ricerca di una condizione di vita meno precaria e più dignitosa. Il sogno americano rappresenta l’ideale sociale di una moltitudine di persone umili, con il bisogno di sfuggire a fame e miseria, con la speranza di realizzare un futuro migliore e di offrire alla propria famiglia una possibilità di riscatto sociale. Sono milioni le persone che migrano da un continente all’altro: si tratta di uomini, donne e bambini. Migliaia di ortucchiesi fanno rotta per la Pennsylvania, qualcuno non farà più ritorna al Paese. Nei primi anni del XX secolo, Ortucchio era simile ad un paese di frontiera, dove ogni mese si festeggiava un ritorno e si preparava una partenza. Tra i giovani che partivano per le armi e gli uomini che partivano per l’America, il Paese rimaneva con una popolazione di quasi sole donne e bambini, con i nonni che plasmavano i nipoti. Il ruolo delle donne, per la prima volta, si trasformò da “angelo del focolare domestico” a esponente attivo dell’economia e della società collettiva.
All’alba del 1915 Ortucchio cambiava veste. Tutto procedeva per il meglio, quando la mattina del 13 gennaio 1915 un terrificante terremoto colpì il cuore della Marsica. Le speranze di riscatto dalla miseria e di un avvenire economicamente più sereno furono violentemente stroncate dal terribile sisma, che distrusse quasi completamente l’abitato, rase al suolo la chiesa di S. Orante e quella di S. Rocco e danneggiò il castello Piccolomini, lasciando la popolazione sotto il freddo cielo di gennaio.
La vastità dell’area colpita e la gravità dei danni posero le popolazioni, il governo e le amministrazioni locali di fronte ad una serie di gravissime emergenze. Il numero delle vittime ad Ortucchio furono 1251, ma altre persone perirono poi per le malattie e gli stenti successivi. Numerosi paesi della Marsica, completamente distrutti, che dovettero essere ricostruiti in altri siti, persero gran parte della popolazione.
Alcuni mesi dopo questo disastro di immani proporzioni, l’Italia entrò nel primo conflitto mondiale, nel quale Ortucchio avviò i suoi giovani superstiti. Essi attraversarono il Piave verso l’Isonzo per cacciare l’invasore dall’Italia, ma 32 di loro sacrificarono la loro vita alla Patria. L’economia di guerra pesò duramente sulle popolazioni della Marsica, che si trovò isolata e priva di risorse necessarie ad avviare la ricostruzione. Venne a mancare anche la solidarietà internazionale, che aveva dato prova di notevole generosità in occasione del terremoto di Messina del 1908, perché rifiutata dal governo italiano per questioni di immagine politica. In molti paesi il terremoto prima e la guerra poi, decimarono e allontanarono la popolazione, causando carenza di mano d’opera e diminuzione di reddito, da cui derivò una grave crisi economica e occupazionale, che ebbe profonde e durature ripercussioni negative nella vita amministrativa, sociale ed economica di ciascuna comunità, determinando lentezza e problematicità nella ricostruzione. Questa voragine demografica fu in parte riassorbita nell’arco di alcuni decenni, grazie a un flusso migratorio proveniente dal nord d’Italia e da paesi di aree e regioni vicine, attirati dalla possibilità  di lavoro e, tuttavia, solo negli anni ’50 la popolazione di Ortucchio poté raggiungere il livello pre-terremoto. La crisi economica del dopo guerra favorì l’avvento del fascismo, con le sue riforme sociali, le sue contraddizioni umane e il delirio di potenza che condusse l’Italia nel 1940 al secondo conflitto mondiale. Ortucchio pagò il suo contributo di sangue con altri ….. morti.
La tragica parentesi della guerra si era chiusa nella Marsica, nel giugno del 1944, con la ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli alleati, ma a distanza di pochi mesi, nell’ottobre del ‘44, i rapporti tra Torlonia e i contadini di Ortucchio furono segnati da un sanguinoso episodio. Era il tempo delle semine autunnali e l’amministrazione del Principe non si mostrava intenzionata ad eseguire nell’azienda di strada 30 i lavori di preparazione necessari per la semina. I contadini, che in memorabili assemblee avevano richiesto il diritto alla terra, decisero di prendere l’iniziativa: “se il Principe non seminerà lo faremo noi”. Era il 16 ottobre 1944, partiti in corteo da Ortucchio, cantando canzoni popolari di protesta, contadini e braccianti, uomini e donne  di Gioia, Lecce ed Ortucchio si diressero verso i campi da lavorare. Appena giunti in prossimità degli appezzamenti da occupare, le guardie padronali, unitamente ad alcuni carabinieri, aprirono il fuoco. La gente spaventata si diede alla fuga, ma Domenico Spera, un contadino di Ortucchio, rimase a terra inanime. Soccorso immediatamente, fu trovato morto. Caricato su un carretto, fu riconsegnato alla moglie disperata. E così, le lotte per la terra ripresero e si svilupparono in tutto Fucino. Manifestazioni di piazza si svolsero ad Avezzano, a Celano, a Luco e in altri paesi del Fucino. Si arriva così al 1946; al Referendum del 2 giugno 1946, il Popolo italiano vota per la Repubblica. “Adesso bisogna pensare al domani. – dice il Presidente De Gasperi – E il pensiero del domani è il tormento continuo per un uomo che è investito della responsabilità politica”. Nel febbraio del 1950 gli affittuari e i braccianti del Fucino scesero in lotta aperta. I Cafoni del Fucino non avevano ancora assaporato la vittoria, quando nella piazza di Celano riecheggiarono, la sera del 30 aprile 1950, colpi di fucile e di pistola contro i braccianti: rimasero uccisi due cittadini di Celano. Finalmente,  il 1° marzo 1951, sulla Gazzetta Ufficiale veniva pubblicato il decreto per l’applicazione della legge stralcio del Fucino; nel maggio l’Ente Fucino pubblicava i piani di espropriazione delle terre del Fucino, assegnandole ai coltivatori in temporaneo affitto il 1° novembre, in attesa dell’assegnazione definitiva in proprietà. Dopo oltre mezzo secolo di sofferenze, persecuzioni, condanne e anni di carcere, con una lotta dura e coraggiosa, col sangue dei martiri di Ortucchio e di Celano, gli abitanti del Fucino avevano aperto un’epoca nuova per la rinascita della Marsica.
Oggi Ortucchio è un paese in fase di sviluppo situato su una collina a 680 metri di altitudine, a sud est del bacino del Fucino. Il suo terreno pianeggiante è fertile e ricco di pascoli, il paese vive di una economia basata  quasi esclusivamente sull’agricoltura;negli ultimi anni hanno preso consistenza l’industria e il terziario che hanno apportato notevoli miglioramenti alle condizioni economiche degli abitanti.

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