Franco: 2 mesi per cambiare il Pnrr. Taglio di 5 miliardi, i fondi a fine estate

Scende di 5 miliardi la quota italiana del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr), la componente fondamentale del Recovery plan europeo. Roma potrà contare su una dote di 191,5 miliardi (invece dei 196,5 già annunciati) tra finanziamenti a fondo perduto e prestiti. L’impatto positivo sul Pil a fine piano potrebbe superare il 3% calcolato nei mesi scorsi dal Mef, che non teneva conto dei possibili effetti delle riforme annunciate. La prima trance dei fondi arriverà a fine estate, ma il governo dovrà correre per ottenerla e non sono consentite «battute d’arresto»: ci sono meno di due mesi per definire il piano e inviarlo a Bruxelles.
Questa in sintesi lo stato dell’arte sul Pnrr secondo quanto affermato dal ministro dell’Economia, Daniele Franco, ieri in un’audizione parlamentare. La regia dell’attuazione del piano farà capo al suo ministero, ha confermato Franco, ma occorrerà potenziare le diverse strutture amministrative coinvolte per gestire i progetti, anche attraverso l’ingresso di giovani nella Pubblica amministrazione «in tempi relativamente brevi». «Il Next Generation Eu è un passaggio storico molto importante nel processo di costruzione europea ed è un passo in avanti nella costruzione di un bilancio comune», ha affermato l’ex dirigente di Bankitalia. Cifre alla mano, il ministro ha spiegato che il Recovery prevedeva finora per il nostro Paese 69 miliardi di trasferimenti e 127 di prestiti. Tuttavia sulla base dei dati finanziari più aggiornati relativi al Pil del 2019 «la somma scende sul lato dei prestiti» portando l’entità complessiva da 196 a 191,5 miliardi. Sempre nell’ambito del Next Generation Eu all’Italia sono destinati altri 13,5 miliardi del React-Eu e 1,2 del Just Transition Fund.
Tra le riforme che accompagneranno i progetti, ha sottolineato Franco, sono «particolarmente importanti» quelle della Pa, della giustizia e la semplificazione normativa. Sul tavolo c’è anche la riforma del fisco che è una «priorità» ma «non può essere affrontata» nel Pnrr. Franco ha anche sollecitato «un cambio di passo nel modo di impiegare le risorse Ue» ricordando i ritardi cronici nell’impiego dei fondi strutturali europei. Il ministro ha garantito l’impegno del governo «per rafforzare» il Piano esistente, senza buttare la «grande mole di lavoro» fatta: occorrerà «tarare i progetti sulle risorse pienamente disponibili» così come «completare quelli non ancora «pienamente delineati». Bisognerà anche «riflettere» se è da rivedere la «distribuzione» tra i progetti nuovi e quelli già a bilancio.
Per Franco, «occorre una governance robusta e articolata» che il governo pensa di costruire «su due livelli interconnessi». Da un lato si pensa alla «costituzione di una struttura centrale di monitoraggio del Pnrr presso il Mef, a presidio dell’efficace attuazione del Piano». Un organismo centrale cui «affiance una unità di audit, indipendente, a tutela degli interessi dell’Ue e della sana gestione del progetto». Dall’altro lato, a livello dei singoli ministeri saranno creati «presidi di monitoraggio e controllo» che «si interfacceranno con la struttura del Mef». Quanto al contratto con la società di consulenza McKinsey, oggetto di polemiche nei giorni scorsi, il ministro ha ribadito che «nessuna struttura privata prende decisioni o ha accesso a informazioni privilegiate o riservate», ha spiegato che «il contratto era già aperto» e che «non c’è alcuna intromissione nelle scelte».

  1. Nicola Pinim