Non sciupiamo l’occasione

Spendere bene i soldi del Next Generation Eu e fare del «debito buono» sarà una delle priorità da tutti condivisa del nuovo governo. Il dibattito di questi giorni sembra però troppo spesso ignorare che la rivoluzione della transizione ecologica è pienamente in corso a livello globale e non potremo essere competitivi e creare posti di lavoro se non ne terremo opportunamente conto e se vogliamo evitare futuri esuberi e cattedrali nel deserto. Eppure capita in questi giorni di leggere sugli stessi organi d’informazione da una parte articoli allarmati sull’emergenza climatica per il cedimento di una diga dovuto allo scioglimento progressivo dei ghiacci sull’Himalaya e dall’altra pezzi sulle priorità dell’azione di governo dove la questione è totalmente ignorata. E meno male che dalle stanze delle consultazioni del presidente incaricato Draghi arrivano segnali che fanno capire che il premier in pectore sarebbe di diverso avviso: la transizione ecologica come nodo cruciale.
Ma torniamo alla babele e quella sorta di schizofrenia di cui si diceva, dettata – in parte – dalla segmentazione delle competenze. Gli economisti, gli esperti di mercato del lavoro o di finanza non hanno quasi mai una formazione interdisciplinare e dunque sono propensi a tornare naturalmente sui temi su cui si trovano maggiormente a loro agio. Occuparsi di sostenibilità vuol dire invece combinare competenze economiche con conoscenze legate alle scienze naturali, alle caratteristiche e alla natura delle diverse fonti di energia, all’impatto che le diverse scelte di produzione e consumo hanno sull’ecosistema e sulla biosfera.
Significa pertanto calcolare gli effetti di tali scelte sulle sei dimensioni ambientali definite dalla tassonomia dell’Unione Europea: adattamento e mitigazione climatica, inquinamento dell’aria, uso dell’acqua, circolarità del processo economico e impatto sulla biodiversità.
Anche il governo inglese, ormai extra-Ue, ha affidato a uno dei più noti economisti mondiali, Parta Dasgupta, il compito di redigere un rapporto dove i modelli economici e le scelte di policy sono completamente ridefinite partendo dall’assunto dell’integrazione del sistema economico nell’ecosistema. Se non superiamo anche noi questa schizofrenia rischiamo di finire fuori tema pur nello svolgimento del nostro piano perché il Next Generation Eu chiede che, oltre al focus della digitalizzazione e della transizione ecologica, tutti i progetti (nessuno escluso) rispettino il paretiano “principio di miglioramento” green (ovvero migliorino su almeno una delle sei dimensioni ambientali senza peggiorare sulle altre).
È per questo che nel corso dei prossimi anni la Transizione ecologica, che ci sia o no (e pare proprio che ci sarà) un dicastero a essa intitolato, deve legare trasversalmente le scelte di Ministeri come quelli dell’Ambiente, di Economia e Finanza, dell’Agricoltura, dei Trasporti e dello Sviluppo Economico perché inevitabilmente destinata a diventare sempre più centrale su questioni chiave come l’emissione di Btp verdi, i criteri minimi ambientali da applicare alle regole degli appalti, le scelte sulla mobilità sostenibile, gli incentivi agli investimenti green.
La rivoluzione della transizione ecologica sta trasformando profondamente il nostro modo di consumare e di produrre e di utilizzare gli scarti di consumo e produzione. Nei prossimi anni i vincitori della competizione globale saranno le imprese capaci di minimizzare l’esposizione al rischio ambientale e pandemico muovendo verso il modello dell’economia circolare che punta alla trasformazione dei rifiuti in materie seconde e dunque al riuso e al riciclo.
Il nostro Paese è stato un leader ante litteram dell’economia circolare perché la sua storica povertà di materie prime ha da sempre stimolato soluzioni innovative per risparmiarne l’uso. Non dobbiamo sprecare questo potenziale e queste capacità e supportare in questo momento delicato e decisivo la transizione del nostro sistema produttivo. È ovvio, ed evidente, che le nostre preoccupazioni principali siano quelle legate alle sorti degli esseri umani e quindi relative a occupazione e contrasto alle diseguaglianze e con esse alla qualità del nostro sistema d’istruzione e sanitario. Ma sarebbe un errore grave non capire che il successo nella creazione di buoni posti di lavoro e nella lotta a precarietà e fragilità passa dall’imboccare rapidamente il sentiero giusto sul quale si gioca la competitività futura del nostro sistema economico.

Leonardo Becchetti