«Io, navigator, ora rischio il lavoro» Cosa imparare dagli errori del Reddito

Gentile direttore, quella dei navigator è una questione dibattuta spesso con acredine e pregiudizio, ma alla quale un Paese civile riserverebbe tutt’altro trattamento: in gioco c’è il futuro di 2.700 giovani italiani laureati a pieni voti.
I loro contratti non saranno prorogati e paradossalmente, a fine aprile, il Ministero del Lavoro avrà prodotto altri 2.700 disoccupati. Da più parti viene ventilata l’ipotesi, impraticabile nei fatti, di ricollocarli per concorso: in realtà le Regioni hanno già procedure in corso per i Centri per l’impiego e prima di bandirne altre dovranno scorrere le graduatorie disponibili. Inoltre i Centri stessi sono strutturalmente inadeguati a ospitare altri operatori: la (ex) ministra Nunzia Catalfo ne immaginava addirittura nuovi 11.600, il quadruplo dell’organico attuale.
Dove li metteremmo se attualmente in molti Centri per l’impiego non c’è spazio neanche per una sedia in più? Piuttosto, perché i navigator sono stati mandati a scalare le montagne rocciose con i sandali ai piedi? Perché il loro strumento principale, la Piattaforma ministeriale per le offerte di lavoro congrue, ancora non esiste? Perché le Regioni bloccano gli Assegni di ricollocazione per i corsi di formazione dei percettori? Perché i Progetti utili alla collettività attivati dai sindaci sono pochissimi? Perché la (ex) ministra Catalfo in due anni di tempo non è stata capace di approvare i decreti attuativi per il credito di imposta alle aziende che assumono un percettore o quello per il beneficio ai percettori intenzionati ad avviare un’impresa autonoma o ad associarsi in cooperativa?
Le Politiche attive del Reddito di cittadinanza non vanno modificate o affidate ai privati, ma semplicemente andrebbero attuate. Cosa che in due anni non è avvenuta per evidenti negligenze tutte imputabili alla (ex) ministra Catalfo. La stessa che per mesi e mesi ha rifiutato di incontrarci e ha posto in essere un atteggiamento denigratorio nei nostri confronti, lasciandoci passare da capro espiatorio dei suoi fallimenti. Se a questo esasperante ostruzionismo aggiungiamo gli effetti del Covid sull’occupazione e il fatto che il bacino di utenti che abbiamo in carico è difficilmente collocabile se non con un processo di attivazione lungo, non è difficile intuire che i numeri prodotti dai navigator, costretti a operare con strumenti arrangiati da loro stessi, rappresentano un miracolo.
Francesco – navigator-collaboratore Anpal

Gentile omonimo, per risponderle come mi chiede di fare il direttore, trovo perfette le parole di una bella canzone di Brunori Sas: «Questi sono convinti che basti un tutorial per costruire un’astronave e fanno finta di non vedere e fanno finta di non sapere che si tratta di uomini, di donne e di uomini». Proprio così: nel Movimento 5 Stelle c’è stato chi ha pensato fossero sufficienti un sussidio, una app e dei navigator per “abolire” insieme la povertà e la disoccupazione, dimenticando che questioni sociali così complesse non si risolvono né con le semplificazioni né con gli automatismi delle tecnologie. Il progetto del Reddito di cittadinanza, costruito con troppa fretta, ha unito piuttosto impropriamente due importanti strumenti d’intervento: uno per il contrasto alla povertà assoluta e l’altro di politica attiva del lavoro. Sul fronte della povertà da molto tempo abbiamo evidenziato una serie di modifiche necessarie per migliorare il Rdc (https://tinyurl.com/125lw0le), oggi ancor più necessario. Quanto all’accompagnamento dei percettori verso un’occupazione, il progetto non poteva che fallire perché era falsa la premessa su cui è stato costruito e semplicistici gli interventi messi in campo. L’idea da cui si partiva era infatti che i poveri sono tali solo perché non sono occupati e non lo sono principalmente perché non sanno dove andare a lavorare. Dunque bastava indirizzarli bene, farli “navigare” con una mappa (la app) e un timoniere (il navigator) e sarebbero approdati facilmente nella terra promessa dell’occupazione, nel territorio dorato oltre la povertà.
In realtà, nella maggioranza dei casi, i poveri non possono lavorare per età, condizione fisica o psichica e hanno bisogno soprattutto di servizi sociali e sanitari che li assistano in un lungo percorso. Per coloro, invece, che sono in condizione di lavorare, la mancanza di informazioni è oggi il problema minore. Mentre pesano soprattutto il bassissimo livello di scolarizzazione, la formazione inadeguata, la differenza tra le richieste del mercato del lavoro e le specializzazioni possedute, la difficoltà nell’acquisire professionalità diverse da quelle precedenti, l’obsolescenza rispetto alle moderne tecnologie, la scarsa mobilità territoriale e mille altri fattori. Queste sono le difficoltà degli uomini e delle donne che i navigator si sono trovati di fronte in carne, ossa e anima e che dovevano soprattutto accompagnare in un percorso complesso. Ha ragione dunque, caro Francesco, quando dice che «i navigator sono stati mandati a scalare le montagne rocciose con i sandali ai piedi». E concordo sul fatto che molto di ciò che si doveva implementare da parte dei due governi che si sono succeduti in questa legislatura (prima quello giallo-verde e poi quello giallo- rosso) non è stato portato a compimento. Non credo che il peso di tutto ciò vada caricato sulle spalle della sola (ex) ministra Catalfo, ma certo lei e il M5s portano la responsabilità, oltre che della scelta di alcuni vertici, soprattutto di non aver mai aperto un confronto sulle riforme da attuare in corso d’opera. Giusto adesso cercare di non disperdere il lavoro comunque compiuto e le professionalità acquisite. Le politiche attive del lavoro saranno ancor più necessarie nei prossimi mesi per tentare di uscire al meglio dalla crisi. E dunque i servizi pubblici dovranno certamente essere potenziati in quantità e qualità, messi in grado di operare, in sinergia con i privati, per migliorare l’occupabilità delle persone. Senza però percorrere scorciatoie insidiose. Il contratto dei navigator era a termine e nella pubblica amministrazione si può essere assunti a tempo indeterminato solo per concorso. È ciò che oggi va chiesto con decisione: concorsi subito per rafforzare i centri per l’impiego, dove le app servono poco, perché «si tratta di uomini, di donne e di uomini».

RICCARDI Caporedattore