L’ascensore sociale è fermo. Una rete per chi resta indietro.

Lavoro, salute e istruzione: la pandemia ha accentuato il solco delle diseguaglianze spingendo ancora di più a i margini chi si trovava già in difficoltà. Un disagio toccato con mano alla Diaconia valdese all’interno dei suoi «Community center», strutture pensate per “accompagnare verso l’indipendenza lavorativa ed abitativa” le fasce più fragili della popolazione. Nati cinque anni fa oggi questi centri sono operativi in otto città. A Milano, Torino, Bologna, Firenze, Napoli e Catania sono gestiti direttamente, ad Arezzo ed Empoli dall’Oxfam. «I nostri centri sono aperti a tutti, agli italiani e agli stranieri – spiega il segretario esecutivo della Diaconia Valdese Gianluca Barbanotti. Forniscono diversi servizi dall’ascolto all’accompagnamento al lavoro ad una serie di attività rivolte ai giovani. Lavorano in rete tra di loro cercando di recepire i bisogni del territorio e di trovare soluzioni su misura. Un servizio molto richiesto è il riconoscimento dei titoli di studio, essenziale per gli stranieri che cercano lavoro». Nell’ultimo anno gli utenti si sono ritrovati senza punti di riferimento. Le richieste di aiuto sono aumentate e hanno superato la quota di tremila nuovi accessi. La salute è diventata un problema per l’impossibilità di recarsi nelle strutture ospedaliere. «Chi aveva delle patologie pregresse ha avuto difficoltà a farsi curare, per la paura e le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria – spiega Barbanotti -. La blindatura dei pronti soccorsi per il Covid ha reso complicato l’accesso degli ultimissimi ai servizi sanitari, che oggi purtroppo passa soprattutto dagli ospedali». Non è andata meglio sul fronte dell’istruzione. A forte rischio di abbandono scolastico i ragazzi che vivono in situazione abitative difficili per la mancanza di spazi adeguati, di connessione internet e di strumenti digitali. «In questi mesi abbiamo fornito molti tablet e spazi fisici per seguire le lezioni e fare i compiti. La scuola è uno dei pochissimi ascensori sociali ancora esistente e quest’anno l’ascensore è rimasto fermo» spiega il segretario esecutivo. La pandemia ha prodotto anche un travaso di molti lavoratori precari e autonomi italiani verso attività prima appannaggio degli stranieri: dai rider alle donne delle pulizie, dalle badanti agli addetti alla sicurezza. «Abbiamo visto affacciarsi su certe attività poco garantite e poco retribuite fasce di italiani che prima non erano interessati e che hanno di fatto scalzato gli stranieri». Un altro tema preoccupante è tenuta psicologica: i più svantaggiati fanno ancora più fatica degli altri ad abituarsi ai divieti. Infine è mancata anche per gli stranieri la socialità, fatta spesso solo di incontri con comunità etnica nei parchi pubblici. «La pandemia non ha livellato anzi ha scavato ancora di più la distanza tra i garantiti e i precari – conclude Barbanotti. Purtroppo in Italia c’è ancora un’ampia fetta di lavoro sommerso che garantisce la sopravvivenza alle categorie più fragili e dà la possibilità ai loro figli di emanciparsi andando a scuola. Oggi questi due meccanismi si sono inceppati».