Sempre straniero, esiliato dal suo stesso cuore

Il Pensiero di Roberto MUSSAPI
«Penso a te, Andromaca, quel breve fiume, / povero e triste specchio dove un tempo splendeva / la maestà immensa del tuo dolore di vedova»: inizia con questi versi Il cigno, uno dei capolavori con cui Charles Baudelaire inaugura la poesia moderna.
Lei è Andromaca, moglie dell’eroico Ettore morto difendendo Troia, il suo corpo straziato e vilipeso da Achille contro ogni legge di pietà e onore. E Andromaca appare simbolo degli esseri nobili umiliati e offesi, dell’oltraggio a cui sono sottoposti i grandi sovrani del mondo e dell’anima. Con lei il cigno che volava nei cieli e galleggiava incantante sullo specchio d’acqua, ora, fuggito da un serraglio, nella Parigi dell’800, procede goffamente trascinandosi sporco di fango e polvere: «Penso al mio grande cigno, ai suoi gesti folli, / ridicolo e sublime, come gli esuli, / roso da un desiderio senza tregua, / penso a te Andromaca, / caduta dalle braccia di uno sposo magnanimo, / avvilita sotto le mani superbe di Pirro, / la vedova di Ettore e la sposa di Elleno, / nell’estasi chinata sotto un vuoto sepolcro!». Con l’augurio, l’invocazione a un finale risarcimento a Ettore culmina uno dei capolavori della poesia, I sepolcri di Ugo Foscolo: «E tu onore di pianti, Ettore, avrai / ove fia santo e lagrimato il sangue / per la patria versato, e finché il Sole / risplenderà su le sciagure umane».
La vedova di Ettore, fatta schiava dal greco tracotante vincitore, è la grande vittima del poema omerico, delle tragedie che verranno, la sua ombra custodisce la nascita del poema di Virgilio, l’Eneide: una storia di sconfitti. Tutta la prima parte è un viaggio di superstiti troiani, che si conclude con l’approdo a una terra, la fondazione di una città. Il modello, l’Odissea, è un viaggio di ritorno, quello inventato da Virgilio un viaggio verso una terra ignota. Ma un elemento comune: sia Ulisse, vincitore, sia Enea, sconfitto, sono, nella loro navigazione, due esuli. L’esilio è un tema fondante della letteratura d’Occidente, il poema di Virgilio celebra un eroe e un gruppo di uomini che devono lasciare la loro città combusta, partire per mare, cercare una terra nuova, viaggiando senza una meta certa. Quando, colpiti da una terribile tempesta, stanno affogando nei pressi di Cartagine, saranno salvati e accolti dalla pietosa Didone. È una regina esule quella che accoglie il principe esule. Lei stessa è giunta da poco su quelle rive, dove si sta edificando la grande, la nuova città. Quando naufraga in quel mare Enea è un esule, ma il racconto delle peripezie, della guerra e della caduta di Troia, dell’inganno di Ulisse, il cavallo che celava i nemici, la loro irruzione notturna nel cuore della città, i morti, le fiamme… da quel momento Enea non è più esule, poiché le sue parole lo hanno insediato nel cuore della regina.
Ma Enea, per obbedienza al dettato divino, al culmine della loro fulminea e fulminante storia, lascerà l’amata, fuggendo di notte, come fanno, nel mondo antico, tanto gli eroi greci o troiani e protoromani, quanto gli dei, pensiamo a Teseo che di notte salpa alla chetichella dall’isola di Nasso abbandonando nel sonno Arianna che lo ha salvato…
Lasciando Didone, che si ucciderà per amore, togliendosi la vita con il fuoco, il fuoco che ha tolto e cancellato la vita a Troia, Enea sarà per sempre esule, anche se destinato al ruolo di vincitore e fondatore. E per questo è eroe unico nel mondo antico, inconcepibile in quello greco, è, come scrive con intuizione folgorante Guidorizzi, “lo straniero”. È tale perché futuro signore di una terra in cui non è nato, l’Italia, tra gente che non parla la sua lingua: è straniero in tal senso, certo, ma lo è anche a se stesso, per quella misteriosa entità che i Greci chiamavano Fato, altri destino, ma che è sempre, credo, il disegno congenito dell’anima di ognuno, che il termine “indole” riduce ma sostanzialmente rispetta. Enea non è il primo a scendere nell’Ade, nel cupo e tenebroso oltretomba dei Greci e poi dei Romani: già Ulisse aveva invano parlato all’ombra di sua madre, e a quella di Achille.
Enea scende all’Ade e grazie al Ramo d’oro avrà la chiave del destino. Ma, in quel regno buio e disperato, non è la profezia del padre Anchise sulle future sorti gloriose d Roma a commuovere il lettore, non è l’omaggio di Virgilio al protettore Mecenate e all’imperatore Augusto: è il pianto disperato quando incontra, tra le ombre dei suicidi (tutti temi d’ispirazione per Dante), quella di Didone, che non lo degna di uno sguardo.
Enea scoppia in un pianto disperato, infinito.
Si scopre straniero al suo stesso cuore. Lo era già all’inizio, quando, nella tormentosa fuga da Troia in fiamme, era riuscito a tenere ben saldi con sé, senza perderli nella calca fumigante, il vecchio padre Anchise e il giovane figlio, Iulo: ben attaccati… ma aveva perso di vista la moglie Creusa, dimenticata, persa per sempre. Il prezzo della fondazione del nuovo mondo dalle rovine di quello perduto, controcanto della pietas di Enea, è alto: era e sarà per sempre straniero, esiliato dal suo stesso cuore.