Nel segno dell’Eneide

La rivincita di Enea nell’anno del bisogno
La sua vicenda si svolge all’incrocio tra responsabilità individuale e destino comune. E il punto di svolta è costituito dal vincolo di solidarietà che permette il passaggio generazionale. Una prospettiva ancora attualissima anche in senso politico, come ribadisce una curiosa coincidenza di tipo geografico.

Anche questo non era in programma: che il 2020 diventasse l’anno di Enea, il più bistrattato e incompreso tra gli eroi. Eppure è andata proprio così. L’appellativo pius non suona più «pigolante», come osserva Andrea Marcolongo in La lezione di Enea (Laterza, pagine, XII+204, euro 16,00), e il poema di cui il figlio di Venere e Anchise è protagonista risulta la lettura più adatta in tempi di emergenza e incertezza. Riprendono cittadinanza parole antiche come pater e fatum, segno di una responsabilità individuale e di un destino comune su cui lungamente si sofferma Giulio Guidorizzi in Enea, lo straniero (Einaudi, pagine 184, euro 14,00). Più che altro, ci si rende conto che anche la vicenda di Enea, come quella di ciascuno di noi, non è mai raccontata in modo definitivo, ma resta sempre disponibile all’interpretazione. In questo, la guida più sicura è offerta dall’Enea di Mario Lentano (Salerno, pagine 234, euro 19,00), riuscito esperimento di metodo storiografico applicato alla biografia, di per sé sfuggente, di un personaggio del mito.
Quelli appena indicati sono i titoli più sintomatici di un risveglio di interesse i cui segnali, in realtà, si erano già manifestati in precedenza. Una svolta fondamentale è stata impressa nel 2012 dall’Eneide tradotta da Alessandro Fo e annotata da Filomena Giannotti per Einaudi, in perfetto equilibrio tra invenzione poetica e apparato filologico. Più di recente, nel 2019, Franco Pezzini ha fornito in Profugus (Odoya, pagine 640, euro 30,00) un’imponente ricognizione su «misteri, migrazioni e Popoli del mare nell’Eneide di Virgilio», senza sottrarsi all’attualità di quell’aggettivo – profugus, appunto – che indica lo sradicamento e la fuga, lo spaesamento e la ricerca di una terra in cui stabilirsi. Presente anche nei saggi sopra ricordati, la dimensione politica è da sempre fondamentale nel poema che da Enea prende il nome. Lo è a tal punto, ribadisce Pezzini, che il medesimo regista, Franco Rossi, cambia radicalmente stile quando, nel giro di pochi anni, si trova ad adattare per la televisione due capolavori dell’epica classica. Se l’Odissea del 1968 è un racconto d’avventure, l’Eneide del 1971 rivela una visione più inquieta e complessa. I personaggi ancora non si esprimono in latino arcaico, come accade oggi nel Primo re o nel Romulus di Matteo Rovere, ma l’aspetto scabro dei paesaggi e l’essenzialità dei costumi annunciano già la durezza delle lotte di potere. E con questo siamo tornati al 2020, ossia all’anno di Enea, inaugurato a gennaio da un libro insolito e prezioso come Il mio Enea di Giorgio Caproni, curato per Garzanti dalla stessa Filomena Giannotti (Alessandro Fo vi compare in veste di prefatore).
Sono versi molto citati, quelli del Passaggio d’Enea nei quali Caproni fissa l’immagine dell’eroe «che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto». Il vecchio Anchise che non può essere lasciato indietro, il piccolo Ascanio dal quale dipendono le sorti di Roma: è la tensione tra le generazioni che Caproni coglie nel 1948, in un’epoca di dopoguerra (e di ricostruzione, come giustamente sottolinea Marcolongo), quando a Genova si imbatte in un monumento settecentesco di fattura tutto sommato modesta, ma di grande valore simbolico. Per il poeta è la scintilla di un interesse che, nel tempo, sconfinerà quasi nell’ossessione.
È una contraddizione che si ripete spesso, questa per cui un personaggio considerato così poco passionale finisce per suscitare entusiasmi inestinguibili. Sarà per il fatto che Enea, eroe imperfetto, è cantato in un poema a sua volta incompiuto, che ci appare tanto più moderno proprio in virtù delle lacune da cui è costellato. Neppure questa peculiarità del testo si sottrae all’analisi di matrice politica. Marcolongo (autrice tra l’altro del bestseller La lingua geniale) è persuasa che l’Eneide sia un documento della delusione patita da Virgilio nei confronti di Augusto, salutato inizialmente come pacificatore e sotterraneamente criticato in seguito per l’eccessivo autoritarismo. Di parere diverso Lentano, latinista dell’Università di Siena, per il quale non è in discussione l’intento celebrativo del poema, dal quale pure affiorano, per essere smentite, le tracce di varianti della leggenda tutt’altro che lusinghiere, secondo le quali Enea si sarebbe macchiato di viltà sul campo di battaglia o addirittura di tradimento ai danni dei concittadini di Troia. Il suo resta, in ogni caso, un eroismo poco appariscente, che si sostanzia anzitutto nell’obbedienza interiore al compito assegnato.
A farne le spese è il legame con Didone, la regina fenicia che con Enea condivide la duplice condizione di fuggitiva e di fondatrice di città. Di nuovo, sul loro amore infelice pesa l’ombra della politica, se si considera che l’episodio serve anche da spiegazione per l’irriducibile inimicizia tra Roma e Cartagine, vale a dire tra la discendenza di Enea e quella di Didone. Sulla natura di “straniero” – advena – dell’eroe insiste nello specifico Guidorizzi, contrapponendo la logica esclusiva della cultura greca, per cui è la nascita ad assicurare la cittadinanza, a quella inclusiva dell’impero romano, che trae forza dalla mescolanza di popoli. Grecista e antropologo del mondo antico, in Enea, lo straniero Guidorizzi segue da vicino il dettato dell’Eneide, integrandolo di notazioni illuminanti specie per quanto riguarda le tradizioni preromane (esemplare, in questo senso, il capitolo sul concetto di sacer). Molto più personale è il taglio scelto da Marcolongo, che confessa di aver riscoperto la bellezza dell’Eneide durante le settimane del lockdown con conseguenze imprevedibili, che vanno dal sostanziale scagionamento di Enea dalle accuse di infedeltà mosse da Didone fino alla volontà di “defascistizzare” un mito che il regime aveva manipolato in senso nazionalista e identitario.
La panoramica più completa rimane quella offerta da Lentano, che assegna molta importanza al VI libro dell’Eneide, nel quale si compie la discesa agli inferi che farà da modello alla Commedia dantesca. E ad Averno, luogo virgiliano per eccellenza, è dedicata una delle raccolte più importanti del premio Nobel per la letteratura Louise Glück (il libro è ora presentato dal Saggiatore nella versione di Massimo Bacigalupo, pagine 192, euro 14,00). Le occorrenze del mito di Virgilio nell’imprevedibile 2020 sono ancora più numerose. Basti pensare a Emilio Isgrò, che al suo elenco di cancellature ha da poco aggiunto la stessa Eneide con un’installazione nella metropolitana di Brescia. Ma la coincidenza più curiosa riguarda direttamente la gestione della pandemia: prima di diventare il punto di raccolta per le scorte del vaccino contro la Covid–19, Pratica di Mare ha accolto uno dei santuari consacrati a Enea. Scomparso miracolosamente tra le acque del fiume Numicio, sostiene la leggenda. E sempre pronto a riapparire quando c’è bisogno di un po’ di pietas.

Alessandro ZACCUR