Sulle orme del soldato Ugo Gigli

Il 18 maggio, la sirena annuncia la partenza. Il grido di 3.500 giovani liberi si leva forte, verso il cielo. La nave esce lentamente dal porto e punta verso sud; costeggia la Francia, il Portogallo e la Spagna, entra nello stretto di Gibilterra e avanza zigzagando verso est.
Dopo 60 chilometri, la Rocca di Gibilterra segnala l’inizio del mare nostrum. I reduci percepiscono una emozione inebriante; ancora qualche giorno di navigazione e la nave attracca al porto di Napoli, nel pomeriggio di sabato 25 maggio 1946.
Bisogna aspettare qualche ora prima di iniziare lo sbarco: sul molo ci sono solo militari a sgomberare l’area e gli autocarri, che devono portare i reduci al Centro alloggio San Martino, sono in ritardo. L’Autorità civile è assente! Mandati in guerra, quei giovani non meritano nemmeno un ben tornati.
Se l’Italia non li aveva dimenticati in precedenza, lo fa adesso, velocemente e in modo radicale. Quei prigionieri scomodi, sconfitti in battaglia, detenuti dai vincitori della guerra, ma soprattutto di fronte alle ragioni della storia, vengono fatti rientrare alla spicciolata, nell’anonimato ambiguo e contraddittorio.
Le loro storie saranno raccontate poco e quasi sempre male, strumentalizzate da un revisionismo fascista immediatamente tornato alla ribalta nell’insicura democrazia italiana del dopoguerra.
Questa debolezza italiana, che di lì a poco, sarà palese con l’imposizione di un durissimo trattato di pace, era già visibile nella vicenda dei prigionieri di guerra. Cittadini di un paese che non era in condizione di poterli tutelare e che teme, probabilmente in modo errato, il loro ritorno, prigionieri poco apprezzati e sfruttati da un ex nemico che alleato non lo era mai diventato, i soldati italiani internati in Gran Bretagna subirono e sopportarono incredibili sofferenze morali, in gran parte dimenticate o sottovalutate dall’opinione pubblica e dalla storiografia italiana del dopoguerra che, giustamente concentrata sul racconto dell’orrore e della deportazione razziale, al contrario considerarono questi uomini come tra i più fortunati protagonisti della 2^ Guerra Mondiale.
Sbrigate le previste procedure di registrazione, avuti i documenti di viaggio, il biglietto del treno e pochi spiccioli per qualche panino, il 27 maggio, Ugo si reca alla Stazione di Napoli, sale sul treno per Roma, dove attende la coincidenza per Pescara. Ecco Avezzano, ma bisogna proseguire per Pescina.
Il treno sale lentamente sul fianco soleggiato della “Bella addormentata”; dopo Collarmele si apre alla vista l’intera Conca del Fucino, con i suoi canali e le lunghe strade alberate che si intersecano formando grossi appezzamenti da assegnare ai contadini.
Il treno rallenta la sua lunga corsa, stridendo, emettendo gli ultimi sbuffi e fermandosi infine nella deserta stazione di Pescina. Ugo è in piedi sulla porta già da un pezzo, raccoglie la sua roba e scende dal treno; esce dalla stazione e trova una biga in attesa, con il cavallo, docile e diligente, che mangia la biada tenuta nel piccolo sacco di tela legato al suo collo: è il “Servizio posta” con i paesi del Fucino est.
È martedì 28 maggio 1946, il sole è già alto e la temperatura è mite, la strada è sterrata. Si cammina al passo dentro l’abitato, con il conducente che fa tante domande e a tratti sprona il cavallo al trotto.
Si giunge ad Ortucchio. Ugo scende dalla biga, ringrazia con premura il conducente cordiale e solerte, si guarda intorno con circospezione, prende il sacco in spalla e si avvia verso casa. È emozionato.
Mezzogiorno è suonato da poco, gli uomini sono in campagna, i ragazzi in strada guardano curiosi quel giovane forestiero, ma le nonne, sedute sull’uscio di casa, lo riconoscono; chiamano Ugo ad alta voce, come per richiamare l’attenzione dei vicini, si alzano e corrono ad abbracciarlo, a dargli il “ben tornato”.
Mamma Angela viene avvertita, si butta per strada senza indugio e gli corre incontro. Lo abbraccia, lo bacia ripetutamente, se lo coccola, gli fa festa e, infine, prendendolo per mano se lo porta in casa.
Arriva anche papà Orante col suo buonumore e la solita ironia; poco dopo ecco gli amici di prigionia Antonio, Giuseppe e Ugo; la casa si riempie di gente, c’è un gran movimento!
Sabato è grande festa a casa “d’lla P’llicula”, c’è anche zio Cesarino con il suo “ddu botte” che allieta la compagnia. Ugo è stanco, discreto e un pò frastornato, deve rispondere a tante domande, ma è felice:
FINALMENTE È A CASA!

Caro Ugo, termino queste righe, che offro con affetto, gratitudine e spirito di servizio, per dirti che per noi sei un dono prezioso, un esempio di vita semplice e operosa, un libro da leggere, un segno di speranza che rincuora i giovani di fronte alle difficoltà della vita, e, a nome di tutti, voglio ringraziarti perché sei parte viva della storia del nostro Paese.

GRAZIE e ancora Tanti Auguri!

Firmato
Col. Mario D’Agostino

Una curiosità: la G.a.F. viene soprannominata “vidua” (vedova, in piemontese) in quanto porta il cappello alpino senza la penna.

SULLE ORME DEL SOLDATO E PRIGIONIERO UGO GIGLI