Sulle orme del soldato Ugo Gigli

I prigionieri vengono fatti salire sul treno diretto a Londra e fatti scendere 100 Km dalla capitale, nella stazione di Bedford; da qui, in autocarro, sono trasferiti nel campo di prigionia n. 72, in Wilden.
Ugo viene assegnato alla “Compagnia lavoratori”, ma non coopera, a difesa della propria identità di prigioniero. Da cittadino e soldato fedele alla Patria, Egli pensa che non si debba collaborare con un Paese che è in guerra contro l’Italia, ma dopo la resa dell’8 settembre 1943, anche lui decide di firmare “l’avvio alla cooperazione”, andando in una fattoria a governare una stalla con oltre 15 mucche da latte.
Ugo narra che una mattina di settembre 1943, dopo l’adunata, mentre se ne stava passeggiando per l’ingresso del Campo, passando il tempo ad osservare il continuo viavai di gente e di mezzi, si avvicinò una donna dall’aspetto tranquillo, che egli aveva notato dialogare a lungo con il Sergente di servizio all’ingresso. Costei, molto rispettosa e con un sorriso cortese, lo salutò: “Ciao, italian, how are you?” Un pò sorpreso, Ugo abbozzò un sorriso e, senza pronunciare parola, fece un cenno di assenso con la testa. Sempre molto gentile, la donna proseguì: “Would you like help me in my farmhose working with animals?” Ugo non parlava bene l’inglese, ma in tutti questi anni di prigionia aveva imparato molti vocaboli; comprese bene la richiesta e, pur di uscire da quella prigione, rispose subito: “of course”. Da quel giorno si trasferì nell’azienda della Signora, dove gli venne riservato un monolocale attrezzato vicino alla stalla. Ugo prosegue senza indugio il suo racconto: “Ero arrivato da qualche settimana nella farm, quando una mattina, prima della mungitura, mentre cercavo di pulire il pavimento della stalla, mi accorsi che una mucca, diversamente dalle altre, rimaneva per terra; cercai di farla alzare, ma nonostante le mie spinte la mucca rimaneva al suolo. Avvertii la Signora che accorse prontamente, ma riuscimmo solo a farla alzare; la mucca non mangiava e non beveva. Fu chiamato subito il veterinario che non sapeva darsi una spiegazione. Nel giro di qualche giorno, la mucca perse più di cento chili di peso. Fu una lenta agonia per la bestia ed una vera angoscia per tutti noi vederla consumare lentamente. La fine che fece quella povera mucca fu a dir poco crudele; dopo sette giorni di sofferenze, il veterinario decise di abbatterla. Una perdita straziante per tutto il personale della farm e una rivelazione ancora più dolorosa: il veterinario, analizzando la carcassa, che dovette essere gettata, scoprì che le viscere della mucca erano lacerate e che ad ucciderla era stato un pezzetto di lamiera affilata che aveva ingerito. Si tratta di materiali molto affilati che arrivano inevitabilmente nello stomaco degli animali al pascolo, minuscoli, quasi impossibile da rimuovere. Il veterinario precisò che l’ingestione di corpi estranei era un grossissimo problema della Contea, infestata da questi materiali micidiali. Mi accorsi che la Signora rimase molto sconvolta da quella notizia, dato che le sue mucche pascolavano nello stesso pascolo e quindi correvano lo stesso pericolo. A quel punto mi venne in mente la cosa più ovvia: proporre di fare un lavoro di bonifica dei pascoli per evitare che quei rifiuti finissero nel foraggio degli animali. La Signora si sentì subito confortata e un alquanto compiaciuta mi ringraziò. Non potete immaginare la quantità di rifiuti trovati in giro per la farm, ma a me non accaddero più simili incidenti.”
Per ottimizzare lo sfruttamento di tale manodopera, gli inglesi cominciano presto a sistemare i prigionieri in strutture più piccole, fino a farli ospitare direttamente nelle fattorie dove lavorano, anche se lo status degli italiani “trattenuti dagli Alleati” non cambia da quello di prigioniero.
Ad Essi viene concessa una notevole libertà di movimento, viene concesso di visitare le città e assistere ad eventi sociali: da un punto di vista strettamente materiale, gli italiani vivono una buona prigionia.
Tuttavia, la prigionia non è un insieme di dati materiali: il logorio e le crisi morali non dipendono soltanto dalle calorie della razione quotidiana, ma molto di più da quella lunghissima detenzione, insopportabile e logorante, con le sue infinite limitazioni e il lento scorrere di giorni senza futuro.
Una condizione di sofferenza reale e quotidiana, difficile da raccontare; una condizione che non si può misurare, né giudicare, né tantomeno confrontare con altre prigionie più drammatiche, una condizione che ebbe i suoi riflessi negativi e deleteri sulle condizioni psicologiche dei prigionieri, lontani da casa, condannati, nel paese di detenzione, al disprezzo e all’estraneità della gente del luogo.
Esisteva, il divieto di fraternizzare con i cittadini britannici, in particolare con le donne e colleghe di lavoro, che nel periodo in cui lavoravano fianco a fianco con i prigionieri italiani erano obbligate a mostrarsi cortesi e rispettose, ma dovevano al contempo evitare qualsiasi tipo di fraternizzazione e di eccessiva cordialità. Il divieto di fraternizzare era comunque, insieme al disprezzo nutrito nei loro confronti da gran parte della popolazione, uno degli elementi che maggiormente influivano sul malessere dei prigionieri. Differenze culturali e identitarie trasformavano l’incontro tra inglesi e italiani in un momento dai contorni spigolosi e provocatori, una discriminazione che passava attraverso epiteti carichi di astio, coniati dalla popolazione per definire, identificare, screditare e deridere gli italiani.
Si creava così una situazione di nervosismo e di emarginazione: ai prigionieri italiani non faceva certo piacere essere descritti come Don Giovanni alla costante ricerca di avventure con le donne inglesi ed essere irrisi come fannulloni, imbroglioni, incivili, sporchi e “guappi”, dall’appellativo dispregiativo di Wops, derivante dall’anagramma di Pows e dalla trasposizione inglese del termine “guappo”.
L’ostilità prolungata da parte di ampi settori dell’opinione pubblica, l’interminabile lontananza da casa, e soprattutto il mancato rimpatrio dopo l’8 settembre, acuirono l’ansia dei prigionieri, che si trasformò in un vero e proprio complesso del reticolato, specchio di una prigionia sentita, ormai, come immeritata.
I prigionieri avevano compreso bene che la loro situazione di libertà condizionata dipendeva dall’ipocrisia di fondo degli inglesi, contenuta nella retorica associata alla “lotta comune”, manipolata ad un più pratico pensiero “un italiano contadino è meglio di un italiano combattente”.
La decisione di ritardare il rimpatrio dei prigionieri, infatti, era un atto politico unilaterale della Gran Bretagna, associato a un calcolo economico che considerò sempre i prigionieri di guerra e il loro lavoro come una sorta di risarcimento che l’Italia doveva pagare per le sue colpe.
Gli italiani in Gran Bretagna furono tra gli ultimi prigionieri a tornare in Patria: né la fine della guerra, né le insistenze dei governi Badoglio e De Gasperi valsero a convincere gli inglesi, interessati soltanto a sfruttare il più a lungo possibile la manodopera dei prigionieri.
Siamo a settembre 1945, la guerra è ormai finita, ma i rimpatri dei nostri prigionieri in Gran Bretagna tardano a partire. La solitudine e lo sconforto turbano sempre più pericolosamente i nervi dei prigionieri; la tensione nervosa all’interno dei campi è tale che non pochi soldati vengono colpiti da malattie mentali, mentre qualcuno arriva addirittura al suicidio. “Dai rapporti disponibili, si può rilevare che nel mese di settembre si verificarono 49 casi di malattie e 2 suicidi”. Ai primi di settembre, nei Campi circola la voce che minaccia agitazioni e disordini dei prigionieri. Il governo italiano protesta, ma, in realtà, subisce il volere della Gran Bretagna, tanto che i prigionieri accusano l’Italia di “essersi dimenticati di loro o, peggio, di averli venduti”.
I primi rimpatri iniziano alla fine di dicembre 1945, ma il reduce Gigli Ugo deve aspettare ancora molto.
Il 14 maggio 1946, Egli viene informato che è libero e può prepararsi al rientro in Italia.
“Mi recai subito dalla padrona della farm, – ricorda Ugo – per informala del mio rimpatrio e ringraziarla per la fiducia e l’attenzione che mi aveva riservato e che pensavo di aver meritato per il buon lavoro svolto: erano passati quasi 3 anni dal mio ingresso in quella farm e la sua stalla era diventata un modello di produzione di latte; anche le vacche mi volevano bene! La Signora era già al corrente del mio rimpatrio, mi venne incontro con un sorriso, proponendomi di rimanere con lei come stalliere: mi avrebbe pagato bene e concesso ogni forma di garanzia e tutela prevista per i lavoratori stranieri, mi avrebbe trattato come agricoltore esperto e laborioso e mi avrebbe lasciato libero di tornare in Italia in qualsiasi momento. La ringraziai dell’offerta di lavoro e delle sue gentili parole, ma il mio tempo era arrivato, gli dissi: sono passati quasi sette dalla mia partenza da Ortucchio e il mio desiderio forte è quello di tornare a casa, riabbracciare i miei cari, rivedere la mia ragazza, fare baldoria con gli amici, percorrere le bianche strade di campagna, tra i filari dei pioppi, respirare il profumo delle zolle appena rivoltate, ascoltare il canto delle allodole e il coro delle rane. La Signora mi fece un grosso sorriso, mi ringraziò ancora, mi abbracciò per la prima volta e, commossa, mi augurò buona fortuna”.
Ugo resta sveglio tutta la notte, è agitato, i suoi pensieri si accavallano e fuggono lontano verso casa.
La mattina dopo, all’adunata, gli viene consegnato un sacco da marinaio ove porre gli effetti personali.
Ugo lavora tutto il giorno a preparare la sua roba e all’adunata del 17 maggio è pronto per il viaggio di ritorno a casa; sono le ore 03,00 di notte quando vengono distribuiti i panini per il viaggio.
Un piccolo gruppo di prigionieri è accompagnato alla stazione di Bedford, dove alle 08,30 prendono il treno per Liverpool. È già sera quando entrano nel porto; il piroscafo “S.S. Malaya” li sta aspettando con altri reduci per riportarli in Italia.
“C’è un’allegria rumorosa intorno alla nave, con i reduci felici nel salire sui ponti. Ne arrivano altri su per le scalette, in fila come formiche lavoratrici instancabili, che portano sulle spalle valigie di legno, sacchi, fagotti, chitarre, fisarmoniche e ricordi d’ogni genere”.
C’è grande gioia nei cuori di quegli uomini carichi di speranza, il loro sogno finalmente si fa realtà!