Sulle orme del soldato Ugo Gigli

le misure prese non erano sufficienti a proteggere gli sfortunati che rimanevano fulminati all’interno delle tende.
Quando arrivammo a Zonderwater non trovammo altro che un unico vasto recinto. Lontani da casa e dagli affetti personali ci trovammo confinati in Sudafrica. Un’intera generazione rinchiusa nel Campo di prigionia che ospitò il maggior numero di prigionieri di guerra italiani. In un Altipiano brullo ed arido, disseminato di tende e tormentato dai fulmini, fummo costretti a inventarci qualcosa per sopravvivere alla fame, alle malattie, alla noia, alla nostalgia del proprio Paese. Mancava di tutto, ed allora ci mettemmo a lavorare per dotare quel luogo inospitale dei servizi più essenziali, come le latrine a cielo aperto e le docce; poi iniziammo a spianare il terreno per costruire cucine, infermeria, tutti gli altri servizi e nuove tende per i sempre più numerosi nuovi arrivi. La nostra paga? Uno scellino al giorno.”
Ugo è lucidissimo nel racconto. Ogni tanto si interrompe, quei ricordi lo emozionano; basta un attimo, poi riprende la sua chiacchierata, è palese la sua voglia di riferire quel tempo che ancora lo lega, lo agita e gli fa compagnia nelle lunghe notti: “Al mattino, sveglia alle 6,00, pulizia personale all’aria aperta e subito dopo adunata del mattino. Le Guardie irlandesi ci inquadravano in fila per 4, per contarci, poi passava il Sergente per il controllo e la conta dei prigionieri, ma ad un tratto, il Sergente si bloccava, perdeva il conto, tornava indietro e ricominciava la conta. La verifica si ripeteva fino a quando il Sergente perdeva la pazienza, iniziava a urlare e lanciava il suo ‘manganello’ verso il prigioniero che lo disturbava. Era una penitenza! Tutte le mattine lo stesso dramma. Forse era voluto! Il rancio distribuito nei primi tempi era insufficiente, una brodosa minestra di fave o una polenta bianca sciacquata, che ci causava diversi problemi sanitari quali debolezza, disturbi gastrointestinali, perdita di denti, diminuzione della vista e perfino problemi neurologici.
Le difficoltà erano tali che nel campo era in atto tra noi il commercio dei pidocchi; in quanto parassiti, se presenti nel prigioniero, dava loro il desiderato diritto al ricovero in ospedale, in un letto provvisto di candide lenzuola, oltre ad una alimentazione appropriata. Dovete sapere che nel Campo circolava una quantità incredibile di pidocchi. Pensate che una Domenica, durante la S. Messa, si verificò un episodio brutto e assai imbarazzante. Al momento della consacrazione del corpo e del sangue di Gesù, nel mentre i ministranti vicini al Sacerdote chinarono il capo in segno di adorazione, in un attimo l’altare venne ricoperto di pidocchi in quantità tale che la tovaglia di canapa posta sulla pietra dell’altare cambiò di colore: da bianca diventò nera. Si dovette rimuovere subito il panno superiore per impedire che i pidocchi infestassero le ostie consacrate.
Anch’io venni ricoverato cinque giorni in ospedale per scabbia e devo dire che si stava molto meglio. In realtà, solo i fortunati destinati alla mensa e coloro che furono autorizzati a coltivare orti all’interno dei reticolati per la produzione di cereali, ortaggi e verdure fresche riuscirono a migliorare sensibilmente la propria situazione alimentare. Pensate che la semplice alimentazione di cipolle ridava la vista ai prigionieri denutriti: un vero miracolo avvenuto a Zonderwater in quegli anni.
Il Comando del Campo concesse, su richiesta di molti prigionieri riuniti in gruppo, di coltivare parti di terreno fuori delle tende, per la gioia di molti di avere l’orto di casa che, oltre a darti il modo di ammazzare il tempo, ti faceva abbuffare di prelibate verdure dimenticate: pomodori, peperoni, insalate, bietole, melanzane ed altro.
Ora, per far conoscere alcuni fatti di straordinaria umanità verificatesi in quei luoghi di pena e al contempo esprimere gratitudine alle persone che ci furono vicine nei momenti più difficili di quella esperienza, voglio ricordare il sostegno avuto dai tanti italiani residenti in Sudafrica.
Molteplici furono i fattori che resero possibile tali favorevoli situazioni. Innanzitutto, la buona condotta nel Campo, possibile grazie al senso di responsabilità e di disciplina di tutti i prigionieri, anche di quelli più fedeli al regime, che riuscimmo a mantenere anche in assenza di ufficiali, internati in altri Campi. Altro fattore amico fu la presenza di un entroterra bendisposto verso di noi per l’esistenza di una collettività italiana numerosa e facoltosa. Da Pretoria a Johannesburg e da altre città collaborarono attivamente in seno ai Comitati di assistenza ai prigionieri italiani, formatisi con sollecitudine e generosità di interventi”.
I prigionieri sono ricoverati in tende rotonde da 8 posti, sostenute da un palo centrale in ferro, dormono su giacigli arrangiati, subiscono continue privazioni, umiliazioni e un trattamento molto rude da parte delle guardie irlandesi. Alcuni prigionieri impazziscono letteralmente e vengono ricoverati in uno speciale reparto dell’ospedale. Chi tenta la fuga, sconta il suo gesto ostile con 28 giorni di permanenza nella casetta rossa. Nelle tende il tempo trascorre monotono, le settimane si accavallano mentre la guerra prosegue e ancora non se ne intravvede la fine. Certo poteva anche finire peggio, ma la voglia di non abdicare se stessi, di non alzare bandiera bianca di fronte ai propri sentimenti è tanta e, nonostante il trattamento rude delle guardie, la voglia di resistere è forte. Là dentro, nella città dei mattoni rossi, si vive una condizione veramente disperata; per non soccombere, è necessario scuotersi di dosso lo scoramento e l’apatia, bisogna inventarsi un mondo nuovo, mantenere in esercizio i muscoli e la mente.
Alla fine del 1942 arriva un nuovo Comandante, il sudafricano Colonnello Prinsloo, che decide di far lavorare i prigionieri per la loro dignità di soldato e di uomo.
I prigionieri cominciano a costruirsi le baracche, fabbricano anche mattoni rossi. In ogni blocco sorge un orto, costruiscono scuole, palestre, chiese e teatri; costruiscono un ospedale da 3.000 posti letto, tenuto da medici italiani. Si dedicano a lavori manuali ed artistici, organizzano mostre, concerti, teatri, tornei di calcio e di boxe.
“Devo dire che anche qui, – riferisce Ugo – in questo grande Campo di Concentramento, ci facemmo apprezzare, soprattutto per merito di Peppino che era un grande artista, un bravo intagliatore. Egli incise su un pezzo di legno dello Jacaranda, l’albero di Pretoria, la chiesa di S. Orante con il Santo Protettore ritratto in preghiera sui tralci secchi dell’uva; l’opera fu messa in mostra insieme ad una piccola nave a vela, anch’essa di Peppino, e furono molto richiesti, ma Peppino non volle mai privarsi di quei ricordi. Fummo anche frequentatori di molte attività sportive, soprattutto di calcio: tutti calciatori, ma Antonio era il più bravo, tanto che fece parte della squadra del nostro Campo e partecipò al Campionato interno. Peppino era però il più attivo e il più interessato a capire le vicende e i pensieri degli altri: cercava sempre il nuovo, ci coinvolse nel gioco del rugby, senza successo, e volle iscriversi al corso per arbitri di calcio”.
I prigionieri costruiscono un grande accampamento con 30 Km di strade: Zonderwater viene chiamata “la città del prigioniero”, formata su 14 Blocchi, ciascuno con 4 Campi di 2.000 prigionieri.
I prigionieri che firmano “l’accordo di cooperazione” con gli inglesi possono andare a lavorare nelle “farms” come contadini: sono molto richiesti, perché gli italiani sanno lavorare bene la terra.
Molti altri vengono impiegati nell’edilizia come muratori, operai e artigiani edili, ma, non ricevono la giusta “paga”, né alcun indennizzo avranno al rientro definitivo in Patria.
Essi sono pagati in gettoni spendibili solo negli spacci militari, sulla base di un sistema che garantisce una cospicua entrata mensile al Tesoro britannico. Secondo i dettami inglesi, i prigionieri appartengono al War Office, che ne affitta la manodopera ai datori di lavoro, i quali sono tenuti a corrispondere per ognuno il salario che pagherebbero alla manodopera civile locale. Questo denaro, tuttavia, arriva ai prigionieri solo in minima parte, perché il War Office ne trattiene la quota maggiore
Fino a quel momento, i nostri 4 orgogliosi soldati, catturati sul campo di battaglia, avevano rifiutato di collaborare con il nemico per una causa senza speranza, ma qui, in un Paese neutrale, cordiale e sensibile verso i prigionieri, è diverso. Il loro lavoro è considerato apolitico e vitale, perciò, tutti e quattro si convincono, firmano “l’accordo di cooperazione” e vanno a lavorare nei campi.
Come riconoscimento del lavoro svolto e della loro serietà ottengono rispetto, attestazioni di merito per la qualità del lavoro e libertà di movimento.
Siamo a gennaio 1943, a Zonderwater arriva un dispaccio inglese che dispone il trasferimento in Inghilterra di molti italiani: nell’elenco è inserito anche il prigioniero di guerra n. 131.953, Gigli Ugo.
Cosa è successo? L’avvento della seconda guerra mondiale ha lasciato la Gran Bretagna senza una forza lavoro. Il mercato del lavoro inglese e soprattutto il settore agricolo sono in crisi: stanno risentendo di una grave carenza di manodopera a causa del richiamo in guerra delle classi abili.
I prigionieri italiani sono considerati agricoltori validi, ed allora il conto è presto fatto: la soluzione per il governo britannico è quella di utilizzare il lavoro dei prigionieri di guerra. Gli italiani internati nei paesi del Commonwealth, devono essere trasferiti in Gran Bretagna.
Il 24 gennaio 1943, una colonna di prigionieri italiani è pronta a lasciare il campo di Zonderwater, c’è anche Ugo con la sua borsa piena di effetti personali.
In lontananza, i suoi compaesani Antonio, Giuseppe e Ugo assistono alle operazioni di carico, si sbracciano, lo chiamano e gli gridano “Ugo, ci vediamo a Ortucchio”.
Il carico è completato e il fischio del treno annuncia la partenza verso Durban.
Al porto, 6.000 POWs vengono imbarcati sui piroscafi “S.S. Orion” e “M.V. Britannic” che il 25 gennaio salpano alla volta del Regno Unito. Il convoglio arriva a Città del Capo il 27, sosta per 3 giorni e riparte il 30; risale l’Oceano Atlantico, fermandosi l’11 febbraio a Freetown, in Sierra Leone, per altri 3 giorni e il 14 riparte. Naviga a largo dell’Africa, della Spagna, del Portogallo e della Francia, attraversa il canale di San Giorgio e il mar d’Irlanda, attraccando a Liverpool il 26 febbraio 1943.