Sulle orme del soldato Ugo Gigli

L’impresa non era facile! C’erano un paio di questioni da risolvere: percorrere a piedi lo spazio in campo aperto; sfuggire alla vista di un eventuale nemico nascosto e dagli aerei che circolavano sulle nostre teste; caricarsi sulle spalle un carico di oltre 20 Kg di peso; avere energia sufficiente per portare a casa arma e pelle. Indossata una divisa bianca, con molta cautela e attenzione dell’area circostante, uscii dall’accampamento alle quattro del mattino. In 30 minuti di cammino arrivai al punto dov’era la mitragliatrice; la imbragai e me la posi sulle spalle, con il serbatoio dell’acqua che mi premeva sul fianco. Un veloce sguardo all’orizzonte e partii con passo veloce: all’inizio leggero, poi sempre più pesante. Il rombo di un aereo arrestò il mio passo; mi fermai, steso a terra per pochi minuti, poi ripresi il cammino, portando a termine con successo la mia missione. In prossimità del fortino, alcuni amici mi vennero incontro, incoraggiandomi e aiutandomi a portare il carico che si era fatto molto più pesante. I complimenti formali del Capitano, le felicitazioni e i festeggiamenti dei compagni, che mi svelarono di aver avuto la gran paura che qualche aereo di passaggio potesse lanciarsi in picchiata, per un tiro al piccione, durarono fino a sera. Il giorno dopo, il serbatoio della mitragliatrice fu inviato in armeria per essere riparato dal danno subito da un colpo nemico calibro 8, mentre io accesi un cero a S. Orante”.
La mancanza di forze motorizzate nel dispositivo italiano rendeva difficile, infatti, l’applicazione di una difesa mobile e costringeva gli italiani a rimanere ancorati ad una difesa statica per singoli capisaldi, puntualmente sopraffatti da forze corazzate inglesi che annullavano il vantaggio numerico degli italiani.
Nel frattempo Graziani era subentrato a Balbo, abbattuto dal fuoco amico della S. Giorgio su Tobruch.
Il 13 settembre scatta finalmente l’offensiva italiana: le divisioni Cirene e Marmarica, dopo un breve ma intenso fuoco d’artiglieria, attaccano verso Sollum, con la Colonna Maletti che procede all’interno per proteggere il loro fianco destro. In 3 giorni le truppe italiane raggiungono a fatica Sidi El Barrani, fermandosi davanti alle fortificazioni di Marsa Matruh, dove i soldati inglesi si sono fortificati.
In effetti, non fu una vera battaglia, perché il Comandante inglese Gen. Archibald Wavell non accettò lo scontro: egli mise in campo poche forze mobili, al solo scopo di disturbare e controllare l’attacco italiano, mantenendo alle loro spalle 3 forti divisioni compresa la 7^ divisione corazzata (c.d. i topi del deserto).
Dopo questo iniziale successo italiano, che si era inoltrato per centinaia di chilometri in un territorio nemico disagiato, privo di acqua e di strade per i rifornimenti, i soldati di frontiera rimasti nei loro settori a Bardia, si rallegrano per la vittoria e anche per essere abbastanza distanti dalla nuova linea del fronte.
Ugo e i suoi commilitoni trascorrono il tempo nelle postazioni di confine con maggiore tranquillità e rinnovata voglia di ridere e scherzare, scaldandosi sotto gli ultimi raggi di sole estivo.
Le divisioni italiane si sono mosse bene nell’avanzata verso Sidi El Barrani, ma hanno perso molti mezzi, inadeguati nelle aree calde, ed ora, in territorio ostile sono ostaggio del nemico, incapaci di manovrare.
Il Duce chiede a Graziani di spingersi con maggiore decisione verso Suez, mentre il Governatore gli replica chiedendo carri armati, artiglieria, carburante e automezzi per rifornire il fronte.
Il 9 dicembre gli inglesi, fortemente rinforzati, iniziano la loro controffensiva “Operazione Compass”. La 6^ divisione australiana, sostenuta dal 7° e 11° Ussari, e dalla 2^ divisione neozelandese, assistiti da supporto aeronavale e sotto la copertura del fuoco dell’artiglieria, attaccano le forze italiane penetrate in Egitto e puntando verso Bardia, mentre i “topi del deserto”, con i loro carri pesanti, avanzano all’interno con l’obiettivo di chiudere la ritirata alle truppe italiane.
Il Comando italiano ordina la ritirata e dispone una resistenza nella piazzaforte di Bardia.
La sera del 4 gennaio 1941, le divisioni di Camice Nere e la Catanzaro, poste ad ovest della città, sono ridotte all’impotenza dai carri inglesi che al mattino del 5 già premono sul fianco destro la divisione Marmarica. Benito Mussolini chiede una resistenza ad oltranza su Bardia, dove è schierato anche il 30° Reggimento fanteria Guardia alla Frontiera, con Ugo Gigli, Ugo Monaco e Antonio Fafone, ma gli inglesi sono già dentro la città che urlano un perentorio: “Come on! Come on!”
È la fine! 36.000 soldati sono fatti prigionieri. Vengono incolonnati per 4 e convogliati nella zona Ponticelli. Il giorno della Befana si riparte verso Sollum, dove un piroscafo li imbarca per Alessandria d’Egitto. “Finalmente il primo pasto ci viene servito a sera in un Campo di transito: pane e patate lesse”.
Giunto ad Alessandria, Ugo ritrova i paesani Antonio Fafone, Giuseppe Contestabile ed Ugo Monaco, insieme, dopo qualche giorno, ripartono verso l’estremo sud dell’Africa.
Un ricordo che segnerà le loro vite!
La prima parte viene percorsa in treno. A sera il treno avanza a passo d’uomo; colpisce una distesa di baraccamenti e cataste di materiale bellico: autocarri, carri armati, casse di munizioni in quantità enormi.
Si sente la sirena di una nave ormeggiata al porto: sono a Suez. Il convoglio si ferma fuori della stazione; i prigionieri vengono fatti scendere, incolonnati e portati in un campo di concentramento dove viene servito il pasto giornaliero: pane e una scatoletta di tonno ogni quattro persone.
La sosta a Suez dura diversi giorni, si sta all’addiaccio.
Il 21 marzo di nuovo in cammino verso il porto: la colonna si ferma di fronte a una nave che ha appena scaricato materiale per il fronte; inizia subito l’imbarco, con la solita interminabile conta.
Il piroscafo salpa la notte stessa e si inserisce in un convoglio con navi da guerra di scorta.
Nei cinque giorni di lenta navigazione lungo il Mar Rosso si segue una rotta a zig zag. Il pasto giornaliero prevede due fette di pane, una salsiccia di soia ed acqua; i prigionieri sono stivati sotto come sardine.
“Dopo il primo giorno di navigazione – racconta Ugo – Giuseppe venne scelto e mandato in cucina come lavapiatti. Questo per noi si rivelò proprio come una vera manna dal cielo, dato che riuscimmo ad avere un sostentamento extra in quella situazione di fame disperata: infatti, dopo qualche giorno, Peppino riuscì ad entrare nelle grazie dei cucinieri neozelandesi che gli permisero di portare fuori dalle stive, ogni sera, 3 o 4 patate lesse con qualche sarda o alice in salamoia. Rimaneva in cucina tutto il giorno a lavorare, ma a sera, quando lasciava la cucina per venire a dormire, metteva in tasca le patate ed il pesce secco che ci portava in dono; a volte ci portava pure qualche sigaretta avuta dai neozelandesi”.
All’altezza dell’Eritrea le navi si distanziano tra loro per paura di sommergibili italiani. Laggiù, lontano, si supera Adua e Maccallè, si naviga a largo dello Yemen fino alla roccaforte di Aden, dove il convoglio attracca il 26 marzo per fare rifornimento di acqua e viveri.
Il giorno seguente il convoglio riprende la navigazione verso sud e dopo altri 9 giorni di mare arriva a Durban, nell’Unione del Sud Africa il 5 aprile 1941. Vengono portati subito in periferia, al campo di transito Clarwood, dove sostano per qualche giorno. Il mattino seguente vengono rasati completamente a zero con la macchinetta; mettono loro in testa “una paletta di sapone molle, disinfestante”, prima di mandarli sotto la doccia calda per un quarto d’ora e farli uscire dalla parte opposta. Dopo averli ripuliti, in un altro padiglione, consegnano loro il vestiario da prigioniere.
Dopo qualche giorno, vengono messi sul treno e, dopo 24 ore di viaggio, sempre in salita, superando valloni e crepacci, giungono a Zonderwater, che significa “senza acqua”; il più grande campo di prigionia costruito dagli inglesi durante la 2^ Guerra Mondiale, posto a 50 km da Pretoria.
Ugo & C. vengono internati a Zonderwater il 27 aprile 1941.
La grande vicenda umana di Zonderwater prende l’avvio dalla tendopoli montata pochi mesi prima, sistemata in una conca, tra le immense distese di un arido altopiano a oltre 1.500 m.s.l. del mare, le cui condizioni naturali demotivavano i prigionieri all’idea della fuga.
I primi prigionieri di guerra italiani, catturati in Africa Settentrionale e Orientale, cominciano ad affluire a Zonderwater nel febbraio del 1941 e continueranno ad arrivare per tutta la durata della guerra, con un incremento massiccio dopo la sconfitta italo-tedesca di El-Alamein.
“La precaria tendopoli, – precisa Ugo – dalle caratteristiche punte a cono pericolose, per la presenza di un palo centrale metallico che attirava i fulmini nel corso dei numerosi temporali nella regione, fu rimossa a partire dai primi mesi del 1943, quando al suo posto venne costruito dai prigionieri un immenso insediamento di semplici ma più confortevoli edifici. Si trattava di semplici costruzioni in mattoni crudi prodotti nel campo dagli stessi prigionieri, i quali utilizzarono il legname trovato in loco per il sostegno del tetto e le lastre di lamiera per completare la copertura. Il clima è quello del nord-est del Sudafrica; le stagioni, opposte a quelle nostrane, possono dividersi in due: l’estate, da novembre ad aprile, e l’inverno, da maggio ad ottobre. I mesi più piovosi sono febbraio e marzo, i più caldi dicembre e gennaio, luglio il più freddo. Dopo il vento, a Zonderwater, immancabile arriva il temporale: tempeste di sabbia, trombe di aria tolgono il respiro e fanno volare lamiere, tende, tetti e tanto altro. I fulmini poi sono una vera calamità naturale. Al tempo della tendopoli, le punte metalliche dei pali che sostenevano le tende si trasformavano in magnifici attira fulmini e