Sulle orme del soldato Ugo Gigli

SULLE ORME DEL SOLDATO GIGLI UGO

Ugo Gigli di Orante e Angela D’Aulerio, primogenito di 9 figli, nasce il 5 gennaio 1920 a Ortucchio, paese della Marsica, ridotto a un cumulo di macerie dal terremoto del 1915. Si vive in baracche di legno, non esiste una fontana dove cogliere l’acqua e la S. Messa viene celebrata all’aperto.
I sopravvissuti, con l’animo ancora triste al ricordo dei loro cari, vittime del sisma e della guerra, stentano a ritrovare la speranza e la tenace operosità dei Marsi. Serve la spinta rigeneratrice dei giovani.
Anche l’Italia attraversa una grave crisi politico-finanziaria che causa la nascita di lotte sociali, origini di numerosi scioperi nelle campagne e nelle fabbriche a cui si affiancano tumulti popolari nelle città.
In parlamento c’è grande confusione ed allora il Re Vittorio Emanuele III affida il governo a Mussolini, un giornalista, ideatore di un nuovo socialismo, che è stato in trincea ed ora mobilita i combattenti ed infiamma le folli al grido di Dio, Patria, famiglia, dovere e fedeltà.
Ugo cresce sano, robusto e ubbidiente, sotto lo sguardo amorevole e severo di papà Orante; frequenta con profitto la scuola locale fino alla 4^ elementare, ma presto è chiamato a “dare una mano” in famiglia.
Ancora minorenne, partecipa alle istruzioni premilitari e alle attività sportive della Gioventù italiana, impara l’antico mestiere di mulattiere che lo porta lungo i sentieri di montagna a procurare legna per il fuoco. Così dichiara alla visita di leva il 5 maggio 1939.
Anche l’Italia cresce: si registra un incremento della produttività del lavoro, della produzione industriale e lo sviluppo della grande e moderna impresa. Si propone tra le più grandi potenze mondiali e in Italia si canta “faccetta nera”; il 22 maggio 1939 Mussolini e Hitler firmano il “Patto d’acciaio”, mentre in Europa già spirano venti di guerra.
Il 2 febbraio 1940, Ugo è chiamato alle armi; viene incorporato e assegnato alla Guardia alla Frontiera del XXX Settore di copertura, in Libia. Il giorno successivo, viene avviato alla sede del 40° Reggimento fanteria in Napoli, per le previste pratiche amministrative e di vestizione.
Il soldato Gigli Ugo si imbarca a Napoli il 15 febbraio 1940, diretto in Libia; sbarca a Tobruch il 18, dopo 3 giorni di tranquilla navigazione, e vi resta in addestramento fino a quando il 10 giugno, il Duce, Benito Mussolini, annuncia la dichiarazione di guerra dal balcone di Piazza Venezia.
l’11 giugno Ugo viene trasferito al 30° Reggimento fanteria Guardia alla Frontiera, 2^ Compagnia, nella zona di Bardia, a presidio e difesa dei “Capisaldi – Ridotte – Ripari”, posti nei villaggi rurali, ai bordi della strada litorale e lungo il confine della Marmarica con l’Egitto.
La Guardia alla Frontiera era formata da militari scelti, in possesso di un profilo psico-fisico elevato, in considerazione della vita di guarnigione da svolgere in piccole ridotte con scarso spazio disponibile e molto spesso in condizioni di estremo disagio. Veniva perciò inculcato loro uno stile di vita essenziale, per abituarli a vivere per lungo tempo in un’opera fortificata che non poteva fornire molte comodità.
Allo scoppio della guerra, si entrava nelle postazioni interrate, protette da reticolato e difese da una mitragliatrice; si restava coperti per non rischiare di essere colpiti dal nemico che si teneva nascosto.
“Il giorno era lungo – dice Ugo – ed il sole infuocava il ricovero, mentre la sabbia ti entrava nei polmoni.
In queste opere di difesa militare stavamo come in un forno che ti cuoce lentamente: il caldo, le mosche e la sete ti tormentavano fino a sera, quando finalmente potevamo riposare. Il caldo faceva sudare molto, il vento secco asciugava subito il sudore, mentre la troppa luce del sole ti poteva bruciare gli occhi.
In sostanza, bisognava stare sempre al coperto nelle postazioni costruite lungo il confine con l’Egitto.
Anche la componente logistica era fortemente deficitaria, ed a soffrire maggiormente ovviamente erano coloro che impegnati in prima linea dovevano patire la mancanza dei più elementari rifornimenti di acqua e cibo, ma soprattutto l’acqua: per evitare di rimanere senz’acqua da bere facevamo economia nei consumi per la pulizia e l’igiene personale. Mancavano gli autocarri, ma molto spesso erano fuori uso: i convogli di rifornimento dovevano affrontare una lunga strada, peraltro sotto le frequenti incursioni aeree nemiche, per raggiungere i soldati in prima linea. Per fortuna – esclama Ugo – ogni tanto arrivava Giuseppe Contestabile, autista dell’Autocentro di Bardia, con il suo carico d’acqua e allora le scorte degli ortucchiesi raddoppiavano”.
Gli inglesi adottavano la tattica del mordi e fuggi, con agguati fra ondulazioni del terreno, operati con le autoblindo che si infilavano nei varchi fra i capisaldi talmente ampi che essi potevano passare inosservati e se un caposaldo veniva attaccato l’altro era così lontano da non potergli offrire copertura.
“Il mio Reggimento della Guardia alla Frontiera era schierato a difesa del XXX/a Sottosettore di copertura, sotto il Comando di Bardia”, Racconta Ugo, con calma, con molta lucidità ma con visibile commozione, “Io ero in forza alla 2^ Compagnia, insieme ad Antonio Fafone e Ugo Monaco, i quali in più occasioni mi avevano rivelato il loro dispiacere di essere in continuo stato di pericolo unito ad una condizioni di estrema sofferenza e manifestata l’idea di voler chiedere il trasferimento ad altro reparto. Eravamo nei pressi del villaggio Sidi Omar, dove l’atteggiamento degli inglesi, molto aggressivo, portò ben presto ad episodi clamorosi. Essi erano decisi e fulminei nei contatti con gli italiani: le loro azioni erano improvvise punture di spilli contro le nostre postazioni, risultando molto efficaci per i danni provocati ad alcuni presidi importanti dello schieramento difensivo italiano in Cirenaica. Eravamo appena arrivati in zona di guerra, quando una mattino fummo svegliati dall’allarme generale: c’era molta agitazione tra i superiori che si aspettavano l’attacco di una colonna inglese segnalata a pochi chilometri da noi. In pieno assetto di guerra ci posizionarono nelle nostre postazioni fisse, in attesa del nemico. Era il 16 giugno 1940, in lontananza risuonavano colpi di cannoni che continuarono per tutta la giornata. A sera, tutto finito! Ci riportarono nell’accampamento, dove venimmo a sapere che la Ridotta Capuzzi, poco distante da noi, era stata distrutta da un attacco di forze motorizzate inglesi.
Le notizie della truppa raccontavano che i soldati si erano difesi tenacemente, ma niente avevano potuto fare quando gli inglesi velocemente abbandonarono il campo dopo aver seminato morte e distruzione. A sentire alcuni esperti, sarebbe stata una battaglia difficile senza la presenza di sufficienti forze motorizzate”.
Ora, per fare completa memoria dei ricordi che quest’uomo porta nel cuore e riferisce con chiarezza e precisione, in un quadro che evidenzi i pensieri, i comportamenti, le contradizioni e le esperienze che esplicitino le sofferenze, la fatica, i cambiamenti delle relazioni familiari e sociali, ma anche i sentimenti e il coraggio messi a dura prova dal conflitto, e per far conoscere a figli e nipoti quali dure prove ha dovuto sostenere in guerra, onde crescano virtuosi e corretti, si riporta un episodio da egli stesso narrato: “Il nostro Reparto si trovava ad un centinaio di chilometri da Bardia, insediato in un fortino, con il compito di pattugliare il confine e presidiare le postazioni collocate nei punti nevralgici del territorio affidato alla nostra sorveglianza. Il nostro armamento individuale era il moschetto 91/38, ed io ero spesso impiegato come aiuto mitragliere, squadra Schwarzlose, con l’incarico di addetto al trasporto munizioni. Un pomeriggio di fine luglio 1940, il Capitano ordina l’adunata nel cortile del fortino e ci comunica che il Comando Superiore di Bardia aveva chiesto di svolgere una ricognizione in territorio nemico, allo scopo di verificare la quantità e qualità delle forze messe in campo dal nemico e il loro grado di reazione. La squadra era composta da: 2 motocicli, 3 autovetture, di cui una per il Tenente Comandante, due con squadre di mitragliatrici, 2 auto trasporto truppa; io ero in una delle due squadre mitragliatrici. Ci inoltrammo in territorio nemico per circa 10 chilometri, senza alcuna reazione e percezione del nemico, quando ad un certo punto notammo sulla nostra sinistra, lato mare, una colonna di elementi blindo corazzati avversari che marciava in senso opposto al nostro. Il Tenente comprese l’intenzione del nemico, che mirava a sopravanzarci per tagliarci la via di fuga (caratteristica azione di guerriglia da parte degli inglesi a mezzo autoblindo e carri medi, contro la quale la nostra unità non avrebbe avuto scampo per la loro superiorità e per l’inadeguatezza dei nostri mezzi), e diede subito l’ordine di rientrare a tutta velocità.
Vista la nostra manovra, il nemico uscì allo scoperto e prese ad inseguirci. Le autoblindo inglesi si muovevano meglio su quel terreno e guadagnando terreno iniziarono a spararci addosso. Eravamo già in vista dei nostri, quando un colpo nemico colpì la nostra mitragliatrice, facendola volare via dall’autovettura. La nostra corsa ovviamente non si arrestò a raccogliere l’arma per paura del nemico, costretto ormai a fermarsi quando la nostra artiglieria iniziò il tiro d’arresto su di loro. Rientrati nel fortino, il Capitano ci riferì l’elogio del Comando per il successo della nostra operazione, ma poi ci ordinò di andare a recuperare la mitragliatrice. Nessuno era propenso ad uscire dal caposaldo con un nemico che poteva ancora rimanere nascosto la fuori, nessuno aveva la voglia di andare a rischiare la pelle e nessuno si faceva avanti. A quel punto, non ricordo nemmeno come, mi ritrovai volontario sotto lo sguardo incredulo dei miei compagni.