Santuario Madonna del Pozzo

La chiesuola di campagna denominata “Madonna del Pozzo”, sorge a circa tre chilometri da Ortucchio sulla strada per Lecce dei Marsi in località una volta detta Cerqueto, da “il grande bosco” di querce che caratterizzava il bel paesaggio circostante, e ricopriva interamente la valle di Ortucchio, simile a un ampio golfo, che si estendeva dalle rive ai monti; bellezza che rimase impressa al celebre viaggiatore inglese Richard Keppel Kraven che circumnavigò il lago nel 1835, scrivendo ai suoi lettori in patria, curiosi di conoscere il bel paese, che “il panorama alle spalle di Ortucchio, tranne quello di Celano, è il più bello che si offre lungo l’intero giro del lago”.

La chiesolina sorge fin dal secolo XII, secondo Andrea Di Pietro, canonico teologo della cattedrale di Pescina, studioso di storia locale nonché profondo conoscitore di documenti dell’archivio diocesano, autore di interessanti ricerche e studi sulla vita e le istituzioni religiose nella Marsica, in Terra sita in pertinentiis Vici in loco dicitur Cerquito juxta rem Sanctae Mariae de Puteo. Diversamente dalla vicina chiesa di S. Quirico, dipendente con tutte le pertinenze e benefici dal Monastero benedettino di Valleluce (Fr), la chiesa della Madonna del Pozzo, con gli annessi benefici, dipendeva dall’Abbazia di S. Clemente a Casauria e, oltre che servire da luogo di culto dei tre paesi, Ortucchio, Lecce e Gioia, del cui territorio quasi era al centro, era anche punto di riferimento religioso del vicino villaggio di Vico e del poco distante monastero di S. Clemente in Calluco, che ne era proprietario.
Dal secolo XV è storicamente provato il passaggio di proprietà alla Diocesi di Pescina che la faceva gestire da propri fiduciari. Nella visita pastorale di Mons. Colli, del 19 agosto del 1583, citata dal Di Pietro, si legge: “Santa Maria del Pozzo posseduta dall’Abate Silverio Piccolomini”.
Le visite pastorali dei successori, dal Vescovo D. Petra (aprile 1666, aprile 1675) al Vescovo F. B. Corradini (addirittura sei visite: aprile 1681, marzo 1684, aprile 1691, aprile 1694, aprile 1699, maggio 1707) e di tutti i seguenti presuli fino a Mons. Pio Marcello Bagnoli (la terza, il 24 agosto 1932), riportano tutte una ispezione finale alla chiesa della Madonna del Pozzo; trovandolo un luogo di culto molto semplice, accessibile, ad una navata, con alcune panche per i fedeli, e due altari: uno dedicato alla “Pietà” (“sull’altare maggiore vi è l’immagine della Pietà” si legge dalla visita del Vescovo M. De Vecchis del 1722), gruppo scultoreo di autore ignoto, di chiara ispirazione michelangiolesca, realizzato in materiale “povero”, la terracotta, ma artisticamente interessante e pervaso di grande pathos spirituale; l’altro altare era dedicato a S. Giuseppe.
Per comprendere meglio la presenza del gruppo scultoreo della “Pietà” al Santuario della Madonna del Pozzo e scoprire le relazioni socio/politiche e religiose che Ortucchio manteneva con i “potenti” dell’epoca, è utile a questo punto allargare il campo della ricerca a livello nazionale!
Nel 1507 Papa Giulio II (Della Rovere), con un Breve Papale, inviato al preposto Don Pietro Petrucci, concede indulgenze per cento giorni a chi visita la Chiesa di S. Maria di Capodacqua in occasione di alcune festività: S. Orante, l’Annunciazione, la Natività, la Purificazione e l’Assunzione di Maria Vergine.
Ma per quale motivo un semplice parroco di un piccolo paese ha una attenzione tanto importante presso un Papa? Chi, il suo potente Protettore?
Il tutto, probabilmente, è collegato a rapporti “politici”: per l’intermediazione dei Piccolomini (tramite soprattutto il “fedelissimo custode del castello” – Cristoforo Moscatelli) e la potente famiglia Petrucci, cui apparteneva il prevosto Don Pietro, entrambi di Siena.
Con la loro forte alleanza, queste due potenti famiglie senesi, dapprima eleggono Papa Pio II – il famoso umanista, letterato Enea Silvio Piccolomini – e quando alla morte di questi, venuto meno il formidabile appoggio papale, in seguito ad un moto popolare, i Piccolomini vengono espulsi da Siena, le due famiglie, con l’aiuto della nobiltà e della borghesia locale, capeggiata da Pandolfo Petrucci, con l’appoggio di Firenze e di Alfonso d’Aragona di Calabria, poi Re di Napoli, rientrano in città nel 1487 (che i Petrucci governeranno fino al 1523).
Intanto, a Roma, il cardinale Giuliano Della Rovere, prima appoggia il cardinale Rodrigo Borgia – divenuto il famigerato Papa Alessandro VI; poi, nel 1503, morto questi, contribuisce ad eleggere, il 2 settembre, il vecchio e malato cardinale senese Francesco Todeschini-Piccolomini, nipote di Pio II.
Questi prende il nome di Pio III, in omaggio allo zio, ma muore circa un mese dopo, il 18 ottobre.
Nel successivo conclave, all’unanimità, viene eletto il cardinale Giuliano Della Rovere, con il nome di Giulio II: il Papa-guerriero che, però, fece affrescare la Cappella Sistina, e avviò la costruzione della Basilica di San Pietro, con un rapporto, a volte burrascoso, con il genio di Michelangelo Buonarroti, che, comunque, aveva già scolpito negli anni 1497/99 la famosa “Pietà” ed acquistato da tempo una chiara fama nel mondo degli artisti, allora molto affollato di geni, tanto da far salutare l’epoca col glorioso appellativo di Rinascimento!
Per concludere questo breve excursus storico, considerati gli ottimi rapporti tra Giulio II, la famiglia Piccolomini e la famiglia Petrucci, non appare impossibile l’ipotesi che il Papa Giulio II abbia non solo autorizzato, ma addirittura favorito la realizzazione di una copia della “Pietà” ad opera di un discepolo (mediocre) di Michelangelo, donandola poi alla famiglia Piccolomini, quale segno di favore e alta considerazione; a sua volta, il duca Alfonso Piccolomini ne fece dono a Ortucchio, in grazia dei due fedelissimi senesi: Cristoforo Moscatelli e il prevosto Pietro Petrucci.
Da notare che il culto della “Pietà” doveva essere molto popolare ad Ortucchio: un altro altare, con uguale dedica(8) si ergeva presso la chiesa parrocchiale di S. Rocco ora scomparsa, dove alla devozione era esposto un “gruppo scultoreo” raffigurante la Pietà – versperbild “di una ingenuità grottesca”, commenta l’Agostinoni, che continua “Questa prima impressione si ravviva nel contrasto con la bellezza dell’armadietto che la custodisce” (il famoso trittico di Giovanni da Sulmona – n.d.A.).
Attualmente questo gruppo giace negletto e dimenticato in canonica. Sparirà, nel buio dell’oblio, come sono spariti nel tempo tanti oggetti religiosi: dove sono finiti, ad esempio, tutti gli “ex voto” appesi all’effigie di “Sante Recchitte”, che veniva consegnata – in pompa magna (grande processione con banda e fragorosi spari) al pomeriggio della festa di S. Rocco, il 16 agosto – al capo della nuova deputazione che si impegnava ad organizzare la festa del Santo l’anno successivo?
Era come se avvenisse il passaggio del testimone onde assicurare continuità alla festa tradizionale di ferragosto.
Per tornare alla Chiesa della Madonna del Pozzo, essa era gestita da un gruppo di procuratori, per lo più composto da membri delle allora influenti famiglie Bertone e Pallotta, era affidata ad un eremita, scelto dal Preposto e dai Procuratori, e da questi miseramente retribuito. L’eremita, poi, opportunamente equipaggiato di asino e bisaccia, arrotondava con la questua.
A proposito degli eremiti, l’ultimo che si conosce è quel pittoresco personaggio, tipo “mugik” tolstoiano, descritto dall’Agostinoni nel suo citato libro “Il Fucino” del 1908, prezioso perché scritto ad appena sette anni dal devastante terremoto del 13 gennaio1915: “….. un vecchio eremita in manica di camicia con mille rattoppi inesperti e i calzari logori, che fa da custode e mi viene incontro sospettoso. Poco capisce e poco vuol intendere…. mostra a tutti, senza esserne richiesto, la lunga filza di vesti votive, di scarpe, di stampelle, di occhi di vetro e di cuori d’argento….. segue muto ogni espressione del mio viso e sulla porta mi grida l’unica voce del commiato: Dio t’accompagni!”. Questo davvero strano personaggio restò sepolto sotto le macerie della stessa chiesa nel terremoto del 13 gennaio 1915, insieme a quella “Pietà” che come un gendarme custodiva.
Fino agli anni cinquanta, cioè nell’immediato dopoguerra, nella spaziosa area antistante la chiesa e lungo il bel viale alberato che ad essa conduceva, si svolgeva, il martedì dopo l’Ascensione, una frequentatissima Fiera, che coinvolgeva i tre paesi confinanti (Ortucchio, Lecce e Gioia) e apriva ufficialmente la stagione degli affari e delle attività estive degli agricoltori e degli allevatori della Piana del Fucino.
Era diventata una vera e propria “Sagra della Primavera” o “Festa delle ciliegie”; e soprattutto, data la stagione, era caratterizzata dalla vendita di maiali. Ora la Fiera, come tante cose, non esiste più, in quanto resa anacronistica e inutile dal dilagante fenomeno dei supermercati.
La chiesetta, come detto, fu distrutta dal terremoto del 1915 e così diruta rimase fino a dopo la fine della seconda guerra mondiale; quando, nel 1949, un reduce di guerra, Domenico Trabucco, forse per sciogliere un pio voto, chiese e ottenne dalle autorità locali, parroco Don Remigio Macro e sindaco Enea Buccilli, l’autorizzazione a restaurare la chiesetta di campagna “a sue spese e a suo rischio e pericolo”, come è scritto nell’atto deliberativo di Giunta.
Successivamente, nel 1970, il parroco di allora Don Francesco Di Domenico, noto per il suo grande zelo e dinamismo (suo lo storico merito del restauro dell’antica Chiesa di S Maria di Capodacqua, già rinominata Chiesa di S. Orante, e della costruzione dell’attuale Casa Canonica) intervenne di nuovo a riparare il tempio e ad arricchirlo di una bella statua lignea della Madonna, della rinomata scuola artigiana altoatesina. Di più, tentò di rilanciare la festa e la chiesa della Madonna del Pozzo, fissandone la data al 15 agosto, giorno dell’Assunta. Il tentativo, dopo i brillanti primi anni, non ha trovato adeguato riscontro nei successivi parroci (ad ora, quattro!), e si è perso, purtroppo, tra le tante, nuove, fantasiose e spesso aliene mode!
Nel 1978, poi, la Associazione Pro Loco, presidente Orante D’Agostino), utilizzò un modesto contributo concesso dall’Ente Fucino per riparare il muretto di delimitazione dell’area chiesa/cimitero e realizzare una recinzione di protezione in ferro, completando l’intervento con la sistemazione a verde di tutta l’area attigua. Fondamentale l’opera fu semigratuita, prestata dai volontari intervenuti, che giova citare ad esempio: Ennio Martellone, Ottavio D’Aurelio e Giovannino Barile. A ringraziamento, una semplice targa/ricordo, posta a scandire l’evento (“Nel marzo 1978 la Pro Loco recinse”), fu poi furtivamente rimossa da ignoti sbianchettatori della memoria, per motivi imperscrutabili.
Nel 1989, infine, ci fu l’ultimo pregevole intervento manutentivo, promosso da Rocco Trabucco, nipote di Domenico, il devoto sopra citato, a rimuovere le solite aggressioni del tempo all’edificio.
Le targhe ricordo, stavolta, per fortuna, sono rimaste.
I guasti, comunque, sono riemersi successivamente, anche per i colpi tremendi dei terremoti dell’aprile 2009 e dell’agosto del 2016. Ai nostri giorni, la sfortunata e antica chiesetta appare gravemente ferita e deplorevolmente abbandonata: il tetto rischia di crollare, l’area circostante è completamente rinselvatichita, la recinzione in ferro rovinata.
La comunità di Ortucchio, unica proprietaria del proprio passato, civile e religioso, facendo onore alla sua nota generosità nell’affrontare le emergenze, accorra, premurosa e fedele, a sostenerla! Presto!

Dott. Orante D’Agostino

 

1) “Gesualdo, figlio di Maineciso, vende a Escamperga, moglie di Garibaldo, figlio del fu Paolo, tre moggi di terra e di vigna in località chiamata Cerqueto al prezzo di 10 solidi”. (Carta venditionis 4 giugno 879 – G. Luongo: La Terra dei Marsi, Edizione Viella 2002 – Documenti dal Cronicon Casauriense, pag100).

2) R. Keppel Kraven “Viaggio attraverso l’Abruzzo”: Edizione Adelmo Polla 2001, pag. 40.

3) Oltre al noto volume su “Aggregazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi”, è autore dell’altro famoso volume “Il Catalogo dei Vescovi della Diocesi dei Marsi”: Edizione Kirke.
4) Antonio Di Pietro “Agglomerazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi”, estratto da “Memorie storiche di Ortucchio”, AA.VV: Edizione Adelmo Polla, Avezzano 1984, pag. 6.

5) Carta venditionis 901 – G. Luongo: La Terra dei Marsi, Edizione Viella 2002 (Documenti dal Cronicon Casauriense):
* “Mainardo notaio e giudice, figlio del fu Maio, notaio dei Marsi, vende per trenta soldi a Ramporga, figlia del fu Lupo, due petiae di terra nelle località Pedemonti e Carrusi e una petia con vigna in località Calluco”, pag. 104.
** San Clemente de Callucu, 1031: “Golferado, figlio del fu Saffone, dona alla chiesa di S. Clemente in Calluco, in territorio marsicano, la sua porzione di due petiae di terra in località Pedemonte”, pag. 105.
*** Da Marsia in Valle de Ortuccle: “Ponzio, figlio del fu Alberico, ottiene per ventinove anni una terra di proprietà del monastero Casauriense e posta nella Valle di Ortucchio, in località Colabretto”, pag.110.
**** De Aniu in Marsia, 1031: “Dodo, figlio del fu Ildebrando, abitante in Calluco (de villa Calluco), dona a S. Clemente a Casauria una terra in località Anio”, pag.112.
***** De Santo Clemente in Calluco, 1031: “Mainardo, giudice e notaio e Alberto, fratello e figlio del fu Mainardo, abitanti in Calluco (habitatores in villa de Calluco), donano al monastero Casauriense la metà della chiesa di S. Clemente in Calluco e una terra intorno ad essa affinché vi sia edificato un monastero (dedimus e tradimus ad monasterium costruendum”, pag. 112.
****** De Calluco, dicembre 1032 “Goffredo, figlio del fu Golferano, abitante in Calluco, dona a S. Clemente a Casauria una terra in località Pedemonte”, pag. 113.
****** De Callucu, marzo 1032: “Ponzo, figlio del fu Tendelasio, abitante in Calluco (habitator in villa Calluco), dona a S. Clemente a Casauria una terra in località Calluco”, pag. 113.

6) A. Di Pietro “Agglomerazioni …..” da “Memorie storiche di Ortucchio”, AA.VV: Edizione Polla 1984, pagg. ……).

7) ADM (Archivio Diocesano dei Marsi) – Fondo B; Visite pastorali dei Vescovi in Ortucchio, 1639 – 1932.
8) Visita del Vescovo Didaco Petra del 6 aprile 1666: “….. Dopo pranzo visita l’altare di S. Rocco, al quale è collegata la Confraternita del SS. Sacramento e sul quale è l’onere di tre messe la settimana, per disposizione testamentaria di Antonio Gatti, morto nell’epidemia di peste. Visitò, poi, l’altare del Rosario, cui è aggregata la Confraternita che veste “sacchi bianchi” con mozzetta; la Cappella dell’Annunciazione, la Cappella di S. Maria di Loreto e S. Giovanni Battista e Evangelista; la Cappella della SS. Pietà, iuspatronato di Carlo Nasico quale discendente del defunto Desideri De Nuntiis….. Il giorno 7 aprile, di mattina, il Vescovo si recò alla vecchia parrocchiale di S. Maria Capodacqua, appena fuori della terra di Ortucchio, che il volgo chiama “la Chiesa di S. Orante”. L’altare maggiore è dedicato alla Madonna della Pietà. Procuratori sono Donato Bertone e Cesidio Rosa……..” (A.D.M. – Fondo B: Visite pastorali in Ortucchio 1639 (Massimi) – 1932 (Pio Marcello Bagnoli).
9) Paola Nardecchia: “Ortucchio e il terremoto del 1915” Edito nel 2015, pagg. 86-89.
10) E. Agostinoni: “Il Fucino”, da AA.VV. “Memorie storiche di Ortucchio” Edizione Adelmo Polla 1984, pagg. 50-51; Pietro Piccirilli: “Ortucchio e i suoi monumenti”, da: AA.VV. “Memorie storiche di Ortucchio”, …..pagg.15-36.
11) S. Rocco è sempre stato un santo molto popolare nella Marsica e nell’Italia centrale, in genere. Protettore unico di Ortucchio nel 1656, alla fine del contagio della peste, che ridusse il paese ad un povero villaggio di qualche centinaio di abitanti, nel 1751 a furor di popolo fu affiancato ufficialmente quale Compatrono dal Santo Pellegrino di nome Orante il cui corpo, sepolto e venerato dal lontano 1031 circa, fu riscoperto dal lungo oblio con il rinvenimento del corpo il 27 settembre 1751. Evento storico di cui esiste il documento del notaio Abrami (Leggasi il recente libro di Padre Orante Elio D’Agostino: “Sant’Orante: un dono dal cielo per Ortucchio” – Avezzano, settembre 2016. Interessante, soprattutto, il capitolo concernente “il problema delle fonti”, che porta ad una revisione critica dell’anno della morte di S. Orante, 5 marzo 1031 – pagg. 135 -147).
Sulla processione di “Sant’ Rcchitte”, si narra, scherzosamente, che in una delle ultime edizioni della popolare tradizione, si pensa a quella del 1955, alla fine del corteo e dopo la consegna dell’effigie/testimone al nuovo capo della deputazione, alquanto impopolare, un fedele abbia esclamato, tra il serio e il faceto: “Coraggio, Sant’ Ro”! L’augurio, invero, esprimeva perplessità e dubbi verso il capo delegazione che si faceva carico dei gravi oneri finanziari prescritti dalla tradizione popolare e dai costumi locali. Infatti, il capo delegazione, coadiuvato dai parenti, doveva provvedere personalmente alle spese per il rinnovo dei costumi, per convivi e rinfreschi da offrire a casa propria in occasione della novena e dell’uscita dello Stendardo, per i pasti della banda e per le così dette “scopparelle”, spari che annunciavano il passaggio di Sant’ Rcchitte. Insomma, un ufficio ed un onore riservato alle sole famiglie facoltose!
12) ADM – Fondo D: Alcune notizie curiose sugli eremiti di Ortucchio:
° Nel settembre 1653, c’è notizia della causa di una certa Caterina di Marcello di Meta “commare” dell’eremita Giovanni, per stabilire l’appartenenza dei beni lasciati a lei alla morte dello stesso, beni che consistevano in quattro porci e due somari. (ADM – Fondo D, busta 199/13)
° Nell’aprile del 1742, Giuseppe Gianfelice chiede di poter servire da eremita alla Madonna del Pozzo, essendo suo nonno Giacomo Di Stefano vecchio, malato e bisognoso di cure. L’eremitaggio, al contrario, viene concesso a certo Domenico Turino perché “capace di servire la messa” (ADM – Fondo D, busta 222/174).
13) E. Agostinoni: “Il Fucino” – Bergamo, 1908 (da AA.VV. “Memorie storiche di Ortucchio”, Editore A. Polla 1984, pagg. 50-51).
14) Archivio Comunale: delibera di Giunta n. 22 del 23 febbraio 19049.