Don Odo : Un Giusto in attesa di Giudizio

Avvicinandosi il 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, che la Repubblica Italiana dedica alla Shoah, ricordiamo il benedettino Don Odo Contestabile: uomo pio, colto, dal carattere mite, franco e generoso.

Ilsacerdote che salvò due famiglie ebree dai nazisti. Nato il 7 gennaio del 1912 da papà Stefano (Sindaco del paese nel 1922) e mamma Mariantonia (detta “la beata”), scampato al terremoto del 1915, Cesarino sente subito il richiamato alla vita religiosa: gli insegnamenti della madre e il fascino di S. Orante giocano in lui un ruolo importantissimo. Nell’anno 1921 frequenta la IV^ elementare ottenendo un profitto di 61/90, valido per la promozione alla V^ classe. Per continuare gli studi, il 28 febbraio 1924, Cesarino saluta i genitori e i suoi 5 fratelli e parte alla volta del Sacratissimo monastero romano di S. Paolo fuori le mura di Roma, dove viene ricevuto dall’abate Shuster. Qui si rafforza in lui la vocazione sincera che matura nella decisione di farsi monaco. Il suo percorso nell’ordine benedettino prosegue nel monastero di Santa Maria del Monte in Cesena, dove diventa novizio il 3 novembre 1928, prendendo il nome di don Odo. Frequenta il liceo ad Assisi e teologia al monastero di S. Paolo in Roma e, finalmente, l’11 luglio 1936 è ordinato sacerdote in Santa Maria del Monte dal vescovo di Cesena Alfonso Archi. Qui, don Odo ebbe molti incarichi, ma l’amore
di don Odo è più per le persone che per le cose. Trascorre gran parte della sua vita insegnando latino nelle scuole dell’abbazia e svolgendo azione apostolica in tutti gli ambienti cittadini. Gli alunni lo seguono, i genitori lo consultano, i malati lo reclamano, i poveri e i bisognosi lo cercano. Insomma, a Cesena lo conoscono tutti.

La più grande Avventura di don Odo

Durante la Seconda Guerra mondiale, nel monastero di Santa Maria del Monte in Cesena si rifugiano molte persone in difficoltà. Nel 1943 don Odo salva due famiglie di ebrei, i Lehrer e i Mondolfo, accompagnandole personalmente al confine con la Svizzera. I Lehrer, di origine romena, erano quattro: padre, madre e due figlie di nove e sette anni. Questi in un primo momento si erano nascosti tra i malati nella clinica del dottor Elio Bisulli, a Cesena. Il medico, comprendendo la gravità della situazione, si confida con don Odo che organizza la fuga dell’intera famiglia. Egli sapeva di poter contare sull’aiuto del suo caro amico Ambrogio Nicolini, sfollato a Cuveglio, una quindicina di chilometri dalla frontiera svizzera, il quale cerca la collaborazione di un contrabbandiere della zona. Don Odo riesce a procurarsi i documenti falsi per la famiglia Lehrer: agli impiegati comunali di Cesena racconta che i suoi parenti abruzzesi, ospitati al monastero, avevano perso le carte d’identità durante un bombardamento e adesso non potevano presentarsi per motivi di salute. In questo modo Giulio Lehrer e sua moglie Stella divennero Giuseppe e Maria Lereri, in viaggio per la Svizzera. Così, il 3 dicembre il religioso, con il permesso del Superiore, si mette in viaggio in treno con i fuggiaschi fino a Cuveglio e poi a piedi verso il confine svizzero, incontrando pericoli mortali: due volte sono fermati durante il cammino dalle guardie che li riconoscono come ebrei in fuga, ma entrambe le volte i finanzieri fissano il monaco smarrito, osservano lo sguardo impaurito delle bambine e impietositi li lasciano proseguire. Alla fine i fuggitivi riescono a passare il confine guadando il fiume Tresa. Tornato nel monastero, don Odo viene coinvolto in un’altra impresa: deve cercare una via di fuga anche per i coniugi Mondolfo, Isacco Emanuele Hayon Mondolfo, primario dell’ospedale Bufalini di Cesena, e sua moglie la signora Dora De Semo. A causa dell’occupazione nazista sono costretti a scappare immediatamente se vogliono sfuggire al pericolo della deportazione. Vengono avvertiti della minaccia dal vescovo di Cesena Beniamino Socche, il quale li raccomanda alla prudenza di Padre Giuliano Ferrini del convento di Santa Maria di Campagna, a Piacenza. Don Odo si fa coraggio e l’11 dicembre decide di accompagnarli alla frontiera e sempre con l’aiuto del solito Nicolini riesce a portare felicemente a termine la missione. I Lehrer trascorrono a Lugano gli anni della guerra e poi si trasferiscono negli Stati Uniti, non prima di aver ringraziato il loro salvatore, mentre i coniugi Mondolfo rientrano a Cesena, dove lui lavora come medico privato.

Don Odo viene trasferito a Roma

Dopo il conflitto don Odo continua a vivere in Santa Maria del Monte fino a che nel 1961 è trasferito nel Monastero romano di S. Paolo fuori le mura, dove riparte con entusiasmo e fiducia nel Signore nella sua missione di monaco benedettino. A Roma trova nuove soddisfazioni: l’ufficio di riordinare la biblioteca della Basilica di S. Paolo e soprattutto l’incarico di insegnare catechismo ai bambini della vicina scuola “Principe di Piemonte”. Seguono gli anni del processo a Eichman, lo Stato d’Israele istituisce in Gerusalemme lo Yad Vashem, il Museo della Rimembranza per la conservazione della Memoria della Shoah. All’inizio degli anni ’60 è sorta la “Commissione dei Giusti”, con il compito di assegnare il titolo di “Giusto tra le Nazioni” a chi, non ebreo, ha rischiato la propria vita per salvare degli ebrei negli anni della persecuzione nazista. All’interno del complesso museale dello Yad Vashem è creato il “Giardino dei Giusti”, con un viale in cui ogni albero porta il nome del Giusto e del Paese di provenienza. Per mancanza di spazio, ultimamente, l’albero è stato sostituito da una targa con inciso il nome nei muri del giardino. La Commissione ha riconosciuto e documentato finora oltre 20.000 Giusti, ma, come ricordava il Presidente Moshe Bejski, i Giusti sono molti di più e il compito della Commissione è quello di individuare e svelare, prima che il tempo cancelli per sempre le testimonianze e le altre prove documentali del loro gesto di aiuto, il volto dei salvatori e dei salvati al percorso della vita; per tale motivo viene chiesto di segnalare con urgenza i casi ancora sconosciuti e attivare la Commissione per iniziare l’istruttoria che porti ad altre assegnazioni del titolo di “Giusto tra le Nazioni”.

La parola del Giusto in attesa nello Yad Vashem

Don Odo, sempre molto attento alle questioni umane, sente il dovere di rispondere all’appello. Scrive, in collaborazione con Padre Jean Salvadou, monaco dell’abbazia di Hautecombe, un memorandum, inviandone copia all’Istituto dello Yad Vashem nella certezza di meritare l’onorificenza per l’azione coraggiosa svolta a favore delle due famiglie.
A ottobre del 1966 Donia Rosen, responsabile del MARTYRS & HEROES’ REMEMBRANCE AUTHORITY, risponde scusandosi di non poter presentare al momento la domanda alla Commissione di Giustizia perchè priva della testimonianza di un salvato: “Con grande
rincrescimento devo riferire che la procedura da noi avviata, a vostro riguardo, non può concludersi per puro aspetto procedurale, ma rimane aperta” Chiede d’integrare la memoria con la testimonianza di uno degli ebrei salvati.
Sapendo della morte dei coniugi Mondolfo, don Odo cerca i Lehrer senza, però, ottenere alcuna informazione. Pensa che questa sia la Volontà del Signore e si rassegna. Ogni tanto torna ad Ortucchio a far visita ai suoi fratelli e fare lunghe passeggiate “per quei monti dove le note soavi e carezzevoli della Natura ti principiano l’armonia del Creato”. Con grande fedeltà ed amore, don Odo continua il suo apostolato tra i giovani, accompagnando i ragazzi della 1^ comunione in visita alla Basilica di S. Pietro, rendendosi disponibile in ogni occasione. Papa Giovanni Paolo II sente parlare di questo religioso vivace e gioviale e lo invita ad un incontro privato.

La malattia di don Odo

Nel 1987 viene per lui il momento più doloroso: immobilizzato da una grave infermità agli arti inferiori, viene ricoverato nell’ospizio dell’Istituto diretto dalle Ancelle della Visitazione in Santa Marinella (Roma). Quivi don Odo, così infermo, affronta la malattia con coraggio, attendendo con ansia l’incontro ineffabile di Cristo nella sua celeste Patria. Il 18 gennaio 1995 rende la sua candida anima alla misericordia di Dio.
Al termine dei funerali, celebrati in forma solenne dai suoi confratelli nella Basilica di San Paolo, alla presenza di alcuni suoi parenti, la salma di don Odo viene sepolta al Verano, nella cripta privata dei benedettini.

Cesena si ricorda di don Odo

Gli anni passano, ma Cesena non dimentica do Odo, lo adotta come figlio ricordandolo nel volume “Le vite dei Cesenati”. Il 27 gennaio 2012, in occasione della Giornata della Memoria, il Comune di Cesena ha organizzato una serie di appuntamenti, in collaborazione con le diverse realtà sociali e culturali della Città. Il primo incontro si è svolto il 26 gennaio nel Palazzo del Ridotto dove si è tenuto un convegno dal titolo “Cesena e la Shoah: la più grande avventura di Don Odo Contestabile”. Il Relatore Prof. Filippo Panzavolta, docente del liceo delle Scienze Umane “Immacolata”, ha rievocato la figura di don Odo e gli episodi di cui si è reso protagonista nel dicembre del 1943, quando salvò la vita alle famiglie dei Lehrer e dei Mondolfo, organizzando la loro fuga da Cesena verso la Svizzera. Egli ha affermato che “Don Odo ascoltò il suo cuore e la sua coscienza. Possiamo sempre dire un si o no. Lui scelse di agire, dimostrando una volta di più che il bene non ha colore, né politico, né religioso, né sociale. Sono le Persone come don Odo, i Giusti, che con il loro esempio ci hanno permesso di continuare a sperare nel genere umano dopo gli orrori generati dalle ideologie del XX secolo”. Quindi, ha auspicato che dopo quasi 70 anni don Odo Contestabile possa finalmente avere il riconoscimento che merita, quello di “Giusto tra le Nazioni”. Si è poi rivolto ai fratelli Marco e Susanna Greco, discendenti per ramo materno dei Lehrer, pregandoli di procurare quel benedetto documento. È intervenuto poi il dott. Marco Greco, il quale ha spiegato: “La tradizione del Talmud, parte della nostra storia, dice che chi salva una vita salva il mondo. Noi faremo di tutto perché don Odo possa diventare “Giusto tra le nazioni”, facendo sottoscrivere una testimonianza scritta a nostra zia. Posso confermare, dalle storie che ho sentito in famiglia – ha continuato Marco Greco – come la salvezza di centinaia di miei correligionari in Italia sia stata dovuta unicamente ai monaci, alle suore e ai tanti sacerdoti animati dallo spirito cristiano di fratellanza”.

Esimio dott. Marco, le sue sono parole di verità, ma mi preme informarla che la pratica di don Odo Contestabile è ancora ferma nell’archivio dello Yad Vashem e vorrei chiederle, in tutta umiltà, di mantenere fede alla promessa fatta.
Mi permetto, inoltre, di mandare a dire alla Signora Lehrer, dato che non conosco il suo indirizzo, che la città di Cesena, per volontà di molti suoi cittadini, ai quali va il nostro più sincero ed affettuoso ringraziamento, ha già onorato don Odo “Persona Giusta e Buona”, avendogli dedicato il 5 marzo 2013 una strada del proprio centro urbano.
Quella testimonianza, gentile zia, la deve alle ragioni dello Yad Vashem, al Popolo ebreo, alla sua coscienza e all’affidabilità della sua fede. La deve alla Storia e all’Uomo che l’ha presa per mano.
Ciao, zio don Odo.
Tuo affezionatissimo Mario[

L’Istituto Sacra Famiglia e l’abbazia del Monte